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Nella Valle Di Elah Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-09-01 16:30:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Clicca qui per le dichiarazioni del registaAnche qui l'ispirazione nasce da fatti. Una foto di un bambino travolto da un convoglio militare trovata sul web, e un articolo del giornalista Mark Boal ("Morte e disonore"), sull'omicidio di un soldato americano appena rientrato in patria. La location è la stessa di Redacted di Brian De Palma: l'Iraq. Ma In the Valley of Elah di Paul Haggis, regista di Crash e sceneggiatore di lungo corso, il preferito di Clint Eastwood, in Concorso alla Mostra del Cinema, ha qualcosa in più. La differenza non è solo nel mezzo, Redacted girato in digitale come un finto documentario, e In The Valley of Elah in pellicola con una struttura apparentemente convenzionale. E' nella prospettiva, nel tentativo di raccontare il disastro che ha piegato la superpotenza per eccellenza da un'ottica più ampia. L'ultima immagine di In the Valley of Elah è la bandiera americana rovesciata, simbolo, come spiega l'ex veterano Tommy Lee Jones al vicino di casa, non solo della sconfitta ma di una richiesta di SOS. L'America, ci dice Paul Haggis, ha bisogno dell'aiuto del mondo, il popolo è piegato fisicamente e intimamente, invischiato in una guerra senza fine. Non è il Vietnam, né un film patriottico, gli americani non fanno una bella figura e gli iracheni, come in Redacted, sono le vittime. La storia incomincia con la telefonata del soldato Mike al padre, militare in pensione. "E' successa una cosa papà - dice -. Devi tirarmi fuori di qui". E' l'ultima volta che Hank, un immenso Tommy Lee Jones, sente la voce del figlio. Il suo reparto rientra dall'Iraq e di lui non c'è misteriosamente traccia. Hank non si dà pace, si reca alla base e investiga per conto suo, ricostruendo avvenimenti e cause attraverso foto e filmati estrapolati dal cellulare del figlio. Il corpo di Mike viene ritrovato subito dopo, nei dintorni della base, fatto a pezzi. Quarantadue coltellate, e un bel barbecue per farne sparire anche le ossa, non bastano per occultare la verità, che arriverà in tutta la sua vacuità alla fine delle due ore del film: nessun complotto, solo l'orrore di una generazione impazzita. Paul Haggis, alla seconda prova dopo Crash, fa un passo avanti, evita i cliché e si conferma non solo solido scrittore ma anche ottimo direttore di attori. Tutti bravissimi, oltre all'interpretazione magistrale di Lee Jones, svetta quella di Charlize Theron, quasi irriconoscibile nella parte del detective di polizia.

Copyright © Cinematografo 2007.

Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-11-30 10:24:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Il Crash dell'America si chiama Iraq. E non è un "contatto fisico" che si risolve semplicemente nell'immanenza di un conflitto sul campo. Basta rimanere convinti che "everything's all right", che attraverso il sacrificio di qualche (!) valoroso caduto possa trovare conferma quel senso di appartenenza da contrabbandare in terre altre, da condurre ad utopiche e forzate "democrazie", per perdere di vista il dramma di una guerra urbana che non ha, e non avrà, vincitori né vinti, ma solamente fantocci di sopravvissuti. È nella consapevolezza di un desolante e aberrante "dopo", anche conseguenza di un inferno presente mai raccontato dai media statunitensi, sempre più ostaggio delle istituzioni e cooptati dall'esercito stesso, che si muove Nella valle di Elah, secondo lungometraggio diretto da Paul Haggis, regista premio Oscar per il Miglior Film nel 2006 e sceneggiatore prediletto da Clint Eastwood (suoi, oltre a Million Dollar Baby, gli script di Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima). Ispirato contemporaneamente a due storie vere, una raccontata da quella foto che ritraeva la morte del bambino travolto da un convoglio militare (visibile alla fine dei titoli di coda del film), l'altra pubblicata sulle pagine di "Playboy" e firmata da Mark Boal (Morte e disonore, articolo dove viene portato alla luce l'omicidio di un giovane soldato appena rientrato dall'Iraq, sul quale indagò in prima persona il padre della vittima), Nella valle di Elah assume i connotati di una nuova, "piccola" pietra: la stessa con cui, migliaia di anni fa, il giovane David affrontò Golia. Il gigante da affrontare si chiama stavolta "senso di responsabilità", biblicamente assente nella decisione di re Saul, messo pesantemente in discussione oggi, laddove un'intera nazione si ritrova a fare i conti con la scelta di aver spedito tanti giovani, uomini e donne, in quel tremendo malinteso conosciuto come "guerra in Iraq". Mantenendo tale contesto dapprima sullo sfondo e chiamando immediatamente a sé l'attenzione dello spettatore nella ricerca che Hank, padre risoluto e silente, patriottico e militare in pensione (un immenso Tommy Lee Jones), porta avanti per ritrovare il figlio, scomparso appena una settimana dopo esser rientrato in New Mexico dopo la missione irakena, Paul Haggis utilizza le dinamiche del giallo - puntando su atmosfere e suggestioni notturne che in alcuni casi fanno addirittura pensare all’Hardcore di Paul Schrader - per costruire e incanalare la suspense in un vicolo cieco, dall'uscita a ritroso dolorosamente lancinante: scoprire la verità, per quel padre già afflitto dalla morte di un figlio pilota d'elicotteri, sarà più semplice che poterla accettare. Quarantadue coltellate, il corpo fatto a pezzi e un rogo per farne sparire i resti: questo è ciò che rimane di Mike, ucciso, si scoprirà poi - grazie alla tenacia dello stesso Hank (messo sulla pista giusta anche dalle foto e dai video estrapolati dal telefono cellulare del figlio) e alla collaborazione di una detective di polizia interpretata da una convincente e sommessa Charlize Theron - senza un motivo, dalla banalità e l'orrore di un male partorito dall'inebetimento di una generazione condannata a distruggere. Oall'autodistruzione. "È successa una cosa, papà. Devi tirarmi fuori di qui": Hank non poteva sapere, immaginare che quella sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe sentito la voce del figlio, distrutto da uno scenario d'indicibile orrore, spronato dal padre a resistere perché l'orgoglio di essere lì per la patria lo avrebbe aiutato a superare qualsiasi difficoltà. Inopinatamente snobbato nel recente palmares del Festival di Venezia, Paul Haggis lascia dietro di sé le fredde dinamiche che lo guidarono alla confezione di quel "capolavoro" studiato a tavolino che fu Crash e riporta il cinema a misurarsi con i drammi rappresentati dalla guerra e dalle sue conseguenze, sperando "che la gente, dopo la visione, possa interrogarsi sull'utilità di un conflitto come questo, che costringe la società a subire il peso di perdite irrecuperabili sia in termini umani che di credibilità". Perché è una nazione non solo sconfitta, ma in cerca d'aiuto, l'America che capovolge la sua bandiera in uno dei finali simbolicamente più struggenti degli ultimi anni: una superpotenza che piange i propri figli, morti o sopravvissuti, costretti ad un destino che - statistiche alla mano - li vuole di ritorno dall'Iraq in stato confusionale, spingendoli a scomparire in un male di vivere senza soluzione.

Copyright © Cinematografo 2007.

Scheda Film
Nella valle di Elah
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-11-30 11:00:33
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Il dolore della ricerca

Il Filisteo Golia gridò a Davide: "Fatti avanti e darò le tue carni agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche"

Un giovane marines torna dopo più di un anno dall'Iraq, ma non si presenta all'appello dopo la breve licenza concessagli, né tantomeno dà notizie a casa. A mettersi sulle sue tracce sono - con motivazioni e interessi diversi - la polizia militare, una giovane detective e il padre: ma quando ne ritrovano il cadavere il mistero s'infittisce, e solo l'ostinazione e la premura del vecchio genitore sveleranno la tragica verità...

Thriller e impegno politico

Davide rispose al Filisteo: "Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l'asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele, che tu hai insultato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani. Io ti abbatterò e staccherò la testa dal tuo corpo e getterò i cadaveri dell'esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele"

Dopo aver aperto una riflessione sui veterani della seconda guerra mondiale con Flags of our Fathers, sceneggiato per l'amico Eastwood, Haggis torna a parlare in prima persona di reduci di guerra, questa volta quella irachena, mettendosi dietro la macchina da presa per dirigere Nella valle di Elah.

Il titolo esprime la metafora, anzi, la molteplicità di metafore dalle quali emerge il senso dell'opera: è nella valle di Elah, infatti, che avviene lo scontro biblico fra il campione dei Filistei, il gigantesco Golia, e quello che sarà in seguito re d'Israele, il giovane Davide, che abbatté il guerriero nemico con il solo uso di una fionda. Le speculazioni intellettuali a partire da una metafora del genere - per un film che tratta di politica internazionale (ma in modo garbato, partendo da ragazzi comuni) - sono infinite, così come sono molteplici i piani di lettura che si presentano all'attenzione del pubblico; ma Haggis ha il merito di non procedere con una tirata retorica (tentazione che, considerando i presupposti su cui è basata la pellicola, era difficile da evitare), e costruisce invece un thriller, un giallo con risvolti noir che apre a una riflessione complessiva sugli effetti della guerra negli strati più semplici e nascosti della società statunitense.

Così, l'affannarsi di Tommy Lee Jones, solido e arcigno padre alla ricerca di giustizia per il proprio figlio, è da una parte il vero motore narrativo dell'opera, ma dall'altro solo lo specchio dell'assurdità di un conflitto che stritola coscienze, distrugge corpi e menti, annulla quel solido senso della realtà, degli affetti, della terra così radicato soprattutto in una certa provincia americana, la stessa in cui si muove la macchina da presa del regista. Se viene evitato il rischio di un canovaccio politicamente retorico, Haggis non riesce del tutto a far parlare da sé la storia, ma infila qua e là critiche e duri attacchi all'amministrazione e all'esercito, dei quali risulta emblematica l'inquadratura finale: ne risulta quindi un film militante, che non si trattiene dal voler strizzare l'occhio all'impegno politico dichiarato e ostentato, pur avendo una storia che potrebbe benissimo parlare da sola, senza nessun suggerimento che la indirizzi in maniera didascalica verso l'apprezzamento del pubblico.

I momenti migliori restano i duetti fra Tommy Lee Jones e Susan Sarandon, due grandi attori, due grandi genitori che con estrema dignità si pongono di fronte alla morte del figlio (splendida la sequenza in cui si allontanano nell'asettico corridoio dopo il riconoscimento del corpo), e che riescono a conferire al film, insieme all'ottima regia, la dignità di un buon prodotto, nonostante una certa ruffianeria che, purtroppo, traspare da alcune scelte dell'autore.

INCONTRO CON IL REGISTA PAUL HAGGIS

Come mai ha deciso di utilizzare, a differenza di quanto aveva fatto con Crash, un impianto classico per raccontare la sua storia?

Era molto difficile raccontare questo film. Ero molto infastidito da quello che si vedeva, e non si vedeva, sulla guerra. Ho così iniziato a cercare una storia da raccontare, e ho cercato di mettermi nei panni di un soldato che investe un bambino. A me non piacciono i film dove si denigra senza pensarci su. La scelta che ha il soldato è di andare avanti e investire un bambino innocente o di fermarsi e di rischiare che muoiano tutti i suoi compagni. Ecco quello che stiamo facendo. Stiamo chiedendo ai nostri ragazzi di perdere l'anima in Iraq.

E dunque perchè il ragazzo, il giovane marines, viene ucciso al suo ritorno?

Non è mai facile uccidere, ma quando torni dall'Iraq rischi facilmente di perdere la prospettiva dalla quale guardare la realtà. Questo un pò spiega il perchè del titolo: i soldati americani partono credendosi dei giovani e coraggiosi Davide, ma si ritrovano lì ad essere visti come dei Golia, dei giganti cattivi. Le persone che vanno in guerra sono fondamentalmente di animo buono, ma quel che succede lì in qualche modo le trasforma.

Questa perdita del confine tra bene e male è propria di tutte le guerre o è peculiare di questa guerra?

Mah, io non volevo fare un film sulla perdita dell'anima degli americani. L'unica differenza, credo, è che questa è una guerra urbana, combattuta nelle città e nei villaggi. I reduci della seconda guerra mondiale si ritrovavano ad uccidere prevalentemente militari. In Iraq ti ritrovi ad aver ucciso civili senza nemmeno rendertene conto. E' evidente che c'è un problema, noi americani abbiamo un problema, e cioè che chiunque detiene il potere per così tanto tempo, finisce inevitabilmente per gestirlo in maniera errata prima o poi.

Che impatto ha avuto il film in America?

Il film non è andato benissimo. Nemmeno male, ma non benissimo. Ha avuto molto successo nel sud e nel mid-west. Ovviamente non ha avuto molto impatto sull'opinione pubblica, ma spero che abbia posto le basi per un lento processo di consapevolezza sull'argomento.

Che somiglianze ci sono tra questo film e Crash?

Quando scrivo cerco di trarre dalle cose e dalle persone il meglio, che nasce dalle contraddizioni. Sono le contraddizioni che ci rendono umani, basta che mi guardo attorno, che parto da me stesso, per coglierle. Per cui io, scrivendo di esseri umani e di contraddizioni, ritrovo in questo la continuità.

In questo film è diversa la forma, perchè è il contenuto a dettarla. Per raccontare questa grande tragedia americana occorreva una forma classica, differente da quella usata in Crash.

Sappiamo che lei, oltre a dirigere i suoi film, ultimamente ha anche scritto le sceneggiature degli ultimi due 007...

Adoro scrivere su James Bond, è una cosa un pò folle. Ero in vacanza qui in Italia, in Umbria, quando mi contattarono per propormelo. Io gli dissi "Ma siete matti? Avete mai visto i miei film? Potrei distruggere per sempre Bond!". Mi sono da subito posto in modo da trattare il personaggio come una persona vera, reale, e non come l'eroe di un fumetto che solamente spara e corre in macchina.

Quell'immagine della bandiera rovesciata, che chiude il film, ha dato fastidio nel suo paese?

Ha dato moltissimo fastidio. Anche se preferirei che non si parlasse molto della fine del film. Ha dato fastidio a molti, ma sono degli idioti. Io stesso sono un patriota, non era un attacco al patriottismo. La grandezza dell'America non sta forse proprio nella possibilità di poter criticare i propri leader? Volevo fare sì un film politico, ma non un film di parte. Non ho però fatto questo film per i critici alla guerra, ma soprattutto per chi pensa che questa guerra sia giusta.

Copyright © Spaziofilm.it 2007.



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