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"Chiamiamolo 'Virzì Touch'. Sul filo di un io narrante impetuoso e tenero, il regista impagina un cine-romanzo di formazione on the road che invita al sorriso ma non disdegna i sapori della disillusione". (Michele Anselmi, 'Il Giornale', 6 settembre 2002) "A prima vista il pìcaro stordito di Virzì satireggia certi ambienti giovanili, la faciloneria scambiata per apertura, l'ignoranza coltivata come sostituto d'innocenza, e lo fa con abbastanza affetto per donare a Tanino grazia e dabbenaggine in parti uguali, mentre sulle figure di contorno non ci va con la mano leggera. Ma più Tanino, col suo sfrontato bagaglio antico-moderno, fugge, si illude, si ficca nei guai fino all'incontro fatale col mitico Chinawsky, cineasta maledetto a metà fra Bukowski e Abel Ferrara, più questo film girato fra mille difficoltà e bloccato per mesi dal fallimento di Cecchi Gori, pare alludere ad altro. Al retaggio impenetrabile di Tanino, a quel padre forse ucciso davvero dalla mafia, ai vani rovelli di un eroe che ostenta filiazioni letterarie ma è condannato a provare parodie di sentimenti, non sentimenti veri. Come un cugino scervellato e definitivamente globalizzato di 'Ovosodo', dunque senza più la bellezza, l'ingenuità, l'amara allegria di chi fa pochi chilometri e pensa di poter cambiare il mondo o almeno se stesso. Il contrario di quanto accade in questo film disuguale, imperfetto, qua e là un po' facile, che però coglie assai bene la sorridente e assai poco divertente rassegnazione contemporanea". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 30 maggio 2003) "Il quinto film di Paolo Virzì, sugli schermi dopo che è già pronto il sesto 'Caterina va in città', è il meno riuscito del brillante regista livornese. Affiancato nella scrittura dal fedele Francesco Bruni e da Francesco Piccolo. Gli autori hanno miscelato diversi spunti. Le letture americane fatte da ragazzi, probabilmente anche l'America stradaiola e picaresca di Mark Twain. Le sensazioni di un loro viaggio 'da provinciali' in America. I ricordi di un'esperienza da esaminatori alla Scuola Nazionale di Cinema. Dall'insieme nasce il loro Tanino emblematico di innumerevoli Tanini: ventenni entusiasti e approssimativi, ferocemente aspiranti a fare il cinema perché del cinema innamorati, radicali e intransigenti nei loro gusti pur se spavaldamente ignorantissimi. Virzì nutre un affetto sconfinato per la sua sintesi di tutti i Tanini conosciuti, un po' anche in se stesso". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 31 maggio 2003)
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