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Mulholland Drive Recensione

"Mulholland Drive" recensioni

Film
Mulholland Drive
Autore
anonymous
Data della recensione
2006-03-23 11:01:07
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Inizio avvincente, come sempre in Lynch. Un'ora almeno di cinema puro, trasognato, disperato, perturbante, sensuale. Dopo quell'ora neppure Lynch sa più esattamente cosa stia raccontando, ma lo racconta a meraviglia. Per gli irriducibili di 'Twin Peaks', 'Velluto blu', 'Strade perdute', per chi di Hollywood non percepisce il sogno ma l'incubo". (Piera Detassis, 'Panorama', 10 gennaio 2002)

"David Lynch torna al suo stile più personale per raccontare una bella metafora sul cinema. Tensione, mistero, sensualità, eleganza d'epoca, romanticismo alla Raymond Chandler, storie inestricabili e confuse ma grande atmosfera, emozioni vissute come in sogno, la vita ingenua e torbida delle ragazze." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15 febbraio 2002)

"Una sfida alla logica. Un efficace, provocatorio deragliamento onirico. Un film che fa l'amore con un altro film. Si sente nel finale la fatica di ridurre per il cinema un progetto televisivo molto ampio e complesso, abortito per sfiducia dei produttori". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 14 febbraio 2002)

"Sulle prime sembra uno script di John Landis girato da David Lynch. Ma c'è del metodo in tanta follia. E quel provino esilarante che con un lungo bacio abolisce il confine tra finzione e realtà, è forse la chiave di questo film Ufo, molto wellesiano, sul trucco e l'illusione. A Cannes vinse il premio per la regia ex-aequo con i Coen. Ora, a sorpresa, è candidato agli Oscar sempre per la regia. Non la spunterà, ma sarebbe una bella rivincita contro i ragionieri del copione, i maghi della formuletta che piacciono tanto a Hollywood". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 febbraio 2002)

"Dopo la parentesi del semplice, bellissimo, 'Una storia vera', David Lynch ha di nuovo perduto la strada. Non che 'Mulholland Drive' sia brutto, tutt'altro: ha stile, atmosfera, il gusto dello humour nero e l'impronta dell'autore. Solo che, tornando dalle parti di 'Twin Peaks' e 'Strade perdute', il cineasta fa una nuova variazione - non la sua più riuscita - su un repertorio un po' logoro per l'uso: i mondi comunicanti, lo scambio d'identità, le premonizioni, l'abisso tra la levigata rappresentazione 'all american' della realtà e i vermi immondi che ci brulicano sotto". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 2 marzo 2002)

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