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Monster's Ball - l'Ombra Della Vita Recensione

"Monster's Ball - l'Ombra Della Vita" recensioni

Film
Monster's Ball - l'Ombra Della Vita
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-01-24 14:44:40
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"E' una bellissima sorpresa 'Monster's Ball', diretto da Marc Forster (un trentenne premiato nel 1996 al Sundance) e interpretato da due attori tra i più hot del momento (...) Intenso ed equilibrato allo stesso tempo, il film è come racchiuso da due scene di sesso esplicito tra le meno gratuite e le più significative degli ultimi anni. Nella prima il sesso è merce, alienazione, solitudine; nella seconda scena, estremamente coinvolgente, gli attori rappresentano il desiderio e la passione con un trasporto più vero del vero". (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 9 febbraio 2002) "'Monster's Ball' è un film imbastito sui silenzi, dove a contare sono gli sguardi, le espressioni, i piccoli gesti ricorrenti. (...) La prigione, che è anche prigione esistenziale, la solitudine, il lutto, il senso di colpa, il dramma del razzismo e della pena di morte sullo sfondo del profondo Sud, la forza catalizzatrice dell'amore: tutto questo vive sullo schermo grazie al toccante realismo dell'ambientazione, all'emozionalità della regia e all'intensa, a tratti esplosiva interpretazione della Berry molto ben controbilanciata da un imploso Thornton". (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 5 aprile 2002) "'Monster's Ball' non è 'Dead Man Walking' e tantomeno 'Il miglio verde', ma un melodramma truce ed insolito malgrado certe rozzezze di regia, ripagate in parte da un racconto che non ha paura di niente. (...) S'è detto che l'esordiente Marc Forster non teme nulla, nemmeno il ridicolo: e 'Monster's Ball', col suo passo lento, i personaggi semicatatonici, il gusto per l'iperbole, rischia grosso. Perché per accumulare la tensione destinata a sfogarsi nella lunga, iperrealistica e ormai celebre scena d'amore fra il boia e la vedova del condannato, il film concentra sulla testa della povera donna, proletarizzata ma sempre molto bella e spesso poco vestita, una quantità di sciagure da Guinness. Troppi colpi bassi, insomma, e un sospetto di retorica della sgradevolezza, impediscono di crederci fino in fondo. Sarebbe ingeneroso liquidare 'Monster's Ball', non fosse che per la bravura dei due protagonisti. Ma una materia simile richiedeva ben altro stile e finezza". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 5 aprile 2002) "Per la prima volta nella storia dell'Oscar, un'attrice nera, Halle Berry, ha preso il premio destinato alla migliore interpretazione femminile. (...) La protagonista è molto bella, molto sensuale, molto brava, una delle rare attrici capaci di esprimere le emozioni e le furie della passione carnale". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 5 aprile 2002) "Il film sfida la retorica e non sempre vince la partita, si sparpaglia spesso e volentieri, coccola fin troppo la recitazione sottotraccia di Billy Bob. E soprattutto non sa bene come e quando chiudere. Il suo pregio, però, sta nell'atmosfera lenta e depressa, che riesce a costruire, e dentro cui gli esseri umani si muovono sospesi e pesanti, in debito di ossigeno. Un film a tratti esibizionista, un pochino volgare e gonfio di vero malessere". (Piera Detassis, 'Panorama', 11 aprile 2002) "Premiato a Berlino e con l'eccessivo Oscar alla protagonista nera Halle Berry, è l'esordio di un cineasta già maturo, consapevole dell'evoluzione tragica di un 'mood' americano e del respiro, anche spaziale, che quella stessa società riesce a 'liberare per liberarsi'. Anzi, il sistema di facce-anime e luoghi-traccia per cui il cinema americano raggiunge senza mediazioni il cuore dello spettatore, per Forster non ha quasi misteri". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale, 12 aprile 2002) "Con questo film indipendente affascinante nei 'fondamentali', dalla fotografia (Roberto Schaefer) alla musica, dalla recitazione (in originale) all'orchestrazione e al fraseggio (il montatore è Matt Chesse) e che maneggia più generi senza mai fare esplicite dichiarazioni cinefile, Forster ha dimostrato di saper fare a pezzi la 'cannibalistica mascolinità Southern' che brutalmente e visivamente irrompe fin dalla prima scena. E anche un certo modo, drammaturgicamente manierato, di girar blockbuster o di spezzare lance e scodellare teorie preconcette sull'America, il sud, la pena di morte o peggio, la passione, il 'legame d'amore folle e totale'. È controcorrente, invece, la continua, calvinista ricerca di razionalità quando sarebbe più facile lasciarsi catturare dalle atmosfere alla Tennesse Williams, rarefatte e umidicce, dal doppio gioco di redenzione e santità sudista". (Roberto Silvestri , 'il Manifesto', 5 aprile 2002) "'Monster's Ball' è un film soprattutto intenso, giocato su una grande intuizione: racconta la storia di un uomo che non c'era e improvvisamente c'è. Immenso, gigantesco, straordinario Bill-Bob Thornton. Come si possono considerare altri candidati al ruolo di 'miglior attore' quando questo tizio dell'Arkansas riesce con un semplice gesto a evocare un intero universo di sconfitta e dolore? La bravura di Thornton segna la capitolazione di qualunque Metodo. Perché anche in questo, nella sua semplicità, 'Monster's Ball' riesce a essere rivoluzionario. Ricordandoci che la miglior recitazione e la miglior regia sono quelle che non si vedono". (Mauro Gervasini, 'Film Tv', 9 aprile 2002) "Amore e morte si scontrano in un contesto aspro e sgradevole in cui la tesi, una vibrante denuncia contro la pena di morte, è incarnata in alcune figure da romanzo sullo sfondo di un ambiente evocato in tutta la sua crudezza. E se la Berry ha riscosso la sua giusta parte di gloria, non va trascurato l'apporto del regista e degli altri interpreti". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 6 aprile 2002) "Questo piccolo grande film, girato in sole cinque settimane da un regista indipendente con un budget ridottissimo e con un cast che si è rivelato di eccezione, conserva in cuor suo, per chi è ancora in grado di distinguere la televisione dal cinema, una autentica passione. (...) É la Hollywood che ha cambiato boulevard e set per i suoi tramonti in un film crudele, costruito con brevi sequenze in montaggio alternato che ritraggono lo sfascio a cui vanno incontro le vite già disastrate dei protagonisti, in una discesa agli inferi che riserva, non senza ambiguità, un finale ottimismo da apocalisse. É questo un film sulla solitudine dell'uomo medio americano che rievoca i grandi drammi sudisti cari a Capote come a Faulkner". (Dario Zonta, 'l'Unità', 5 aprile 2002)

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