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Gengis Khan della grande steppa
Il piccolo Temugin, figlio del capo (il Khan) del villaggio in cui è nato, perde il padre e si ritrova schiavo dopo una fuga estenuante e solitaria. Riuscito a liberarsi, cresce vagabondo, fino al raggiungimento della maturità necessaria per tornare alla tribù dove anni prima aveva scelto la sua sposa, e reclamarla come 'propria”; ma nonostante la ragazza sia ben felice di accoglierlo, nonostante la profonda intesa che i due riscoprono dopo il lungo distacco, la loro vita sarà sempre tormentata dalla guerra e dalla lontananza…
Fra Storia e spettacolo
Si ferma proprio quando la storia diventa Storia Mongol, nel momento in cui il cucciolo diviene tigre feroce e Gengis Khan conquista una buona metà del mondo. D'altra parte, al regista Sergei Bodrov non interessava tanto la vita del condottiero, quanto quella dell'uomo: spettacolarizzata, romanzata, ma comunque la vita sofferta e vagabonda di Temugin, classica parabola di personaggio cresciuto da schiavo e morto da re.
Peccato, però, che nei sublimi e sconfinati paesaggi della Mongolia non si ritrovi quel piacere del racconto, quella capacità affabulatoria propria del buon cinema storico/avventuroso, di cui il film sfrutta i più tipici espedienti (riprese a volo d'uccello, musiche dai toni epici, scene di massa) senza vere idee visive, esagerando in ellissi temporali e con una regia di sicura professione ma alquanto anonima. Si ha così la sensazione di assistere a un prodotto ibrido, sospeso fra la dimensione storica – o del 'fare storia” – e quella del puro entertainment; anche se la confezione spettacolare e il disegno del protagonista, le cui movenze plastiche e coreografiche rimandano agli eroi del wuxia, rivelano l'intenzione di avvicinare i gusti del pubblico.
Buona cornice (con l'occhio ai blockbuster hollywoodiani) ma poca sostanza: la storia 'segreta” di Gengis Khan precotta e venduta, con quel pizzico di misticismo che non guasta, alle grandi platee internazionali.
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