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Mean Streets Recensione

"Mean Streets" recensioni

Film
Mean Streets
Autore
anonymous
Data della recensione
2006-10-21 04:00:43
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

Dalle note di regia: "Le radici italiane partono dai miei nonni. Siciliani emigrati, arrivati negli Stati Uniti nel 1910. Non hanno mai imparato l'inglese, non hanno mai avuto il passaporto americano. I miei genitori invece sono nati tutti e due a Manhattan, anche loro però l'inglese lo parlano solo a metà e tra di loro parlano quasi sempre siciliano. Io stento a capirli. (...) I miei amici stavano fuori casa tutto il giorno, a correre, a giocare a football. Io non ce la facevo, avevo l'asma, una pleurite dietro l'altra, così non uscivo quasi mai di casa e scrivevo e disegnavo. Scrivevo delle storie e poi ne ridisegnavo la rappresentazione, metà come fumetti, metà come un film. (...) A Little Italy, gli ex italiani hanno davanti a loro soltanto due strade, il prete o il gangster. I miei amici sono diventati tutti gangster, ma io, con la salute che mi ritrovavo, non potevo certo seguirli. I gesuiti, dal canto loro, non hanno voluto che diventassi prete perché non studiavo abbastanza e perché frequentavo delle cattive compagnie, così, finito il liceo, sono andato all'Università di New York e lì non solo ho studiato cinema, ma l'ho anche insegnato. Poi Hollywood. (...) I protagonisti di 'Mean Streets' sono degli esclusi che vogliono rovesciare il 'sistema' solo perché non li accetta. Tutti esclusi, esattamente come me. Certo, ormai ho un sacco di amici, ho avuto successo, denaro, d'accordo, ma resto off, un ex italiano nato nel 'ghetto' italiano; non uno straniero, ma un 'estraneo'". (da un'intervista di Gian Luigi Rondi) "Condotto con stile documentaristico esaltato dall'uso della cinepresa a mano che diventa essa stessa un personaggio, il film ci presenta un aspetto parziale e deteriore della 'piccola Italia' americana più notturna che diurna fra riunioni conviviali di anziani e processioni strapaesane con guazzabuglio di canzoni religiose, patriottiche vecchia maniera, e del folklore napoletano. Il tutto in qualche modo collegato da mafiosi di vario calibro che rastrellano denaro con ricatti e 'protezioni', e dai rottami di un'umanità che nulla di buono lasciano sperare dalla nuova generazione. La religione, soprattutto nel ritratto di Charlie (peraltro pregevole per disegno e interpretazione) sempre tentato e combattuto fra l'irrisione e l'attrazione con accenni di sacrilegio, mancando un contrappunto positivo, risulta responsabile non secondaria di squilibrio psichico e sociale. Il tessuto sociale, sebbene non esplicitamente chiamato in causa, è sostanzialmente imputato della dissoluzione di una gioventù quasi incolpevolmente sospinta a disperata autodistruzione. (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 80, 1976)

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