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"Simili strizzate d'occhio agli intenditori sono innumerevoli nel film di Richard Donner: faccette e. facciacce di caratteristi in altri tempi famosi, risuonare di canzoni come De Camptown Races durante la prima partita a poker e 'Shall We Gather at the River' all'incrocio con una carovana di pionieri; un arciduca russo in cerca di emozioni violente, come quello che fu portato a spasso nella prateria da Buffalo Bill; lo storico capo Joseph che si ripropone come una macchietta. Se dovessimo metter giù in compagnia di altri westernisti le note a piè di inquadratura, ci sarebbe da passare qualche ora divertente. Ma gli specialisti sono soltanto i destinatari segreti del film, in realtà lo spettacolo è rivolto al grande pubblico come dimostrano gli incassi americani. E chiuso felicemente l'incidente dell'impiccagione con serpente, eccoci a vivere gli ultimi cinquanta minuti intorno al torneo di poker ispirato alla prassi della stangata continua. Non mancano le sorprese, anche se i più furbi le scopriranno quasi tutte in anticipo, e poi ce n'è una che la casa distributrice prega vivamente di non rivelare. Acconsentiamo volentieri alla richiesta, tanto più che da tempo consideriamo l'eccesso di informazione sui film una iattura per il divertimento. Gli interpreti sono tutti all'altezza: Gibson autoironico e atletico, Jodie Foster fuori parte ma puntualissima, Garner simpatico come ai tempi del 'Maverick' in ventiquattro pollici." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 10 settembre 1994)
"Tra John Ford e George Feydau, tra stangate a ripetizione e omaggi all'intrattenimento televisivo per famiglie vecchio stile, 'Maverick' (che significa individualista, cane sciolto) è un film lunghissimo, poco insolente, troppo aderente alle urgenze del box-office. Donner chiama a se James Garner che fu il protagonista della serie, un veterano del genere (James Coburn) e una schiera di attori caratteristi provenienti da antichi telewestern. E poi strizza l'occhio al politically correct facendo parlare in lingua originale buffi indiani affaristi, cita 'Ombre rosse' e 'Un uomo chiamato cavallo', dirige benino un Mel Gibson che pare Burt Reynolds." (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 17 settembre 1994)
"Eppure, nonostante la bella fotografia arancione di Vilmos Zsigmond e le sontuose scenografie di Tom Sanders, 'Maverick' gira spesso a vuoto: gli episodi picareschi sono attaccati con lo sputo, le trovate comiche un po' tirate via e il finale al tavolo verde fa rimpiangere la tensione della 'Stangata'. Il che non gli ha impedito di superare i 100 milioni di dollari di incasso sul mercato americano, ed è probabile che il film replicherà il successo anche nella vecchia Europa, magari imponendosi più per il tono scanzonato della ballata che per i riferimenti cine-musicali all'iconografia western (sul battello sfilano i migliori caratteristi della vecchia Hollywood; mentre il gotha canoro di Nashville, da Waylon Jennings a Kathy Mattea, partecipa al film in comparsate di lusso). Mel Gibson, stretto nel suo gilet da pokerista elegantone, non ha proprio la faccia da uomo della Frontiera, ma se la cava bene a cavallo e tra le braccia della sciantosa Jodie Foster, purtroppo malservita da un doppiaggio che deturpa in italiano anche le parole di Amazing Grace." (Michele Anselmi, 'L'Unità', 16 settembre 1994)
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