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Il film di Frears, per ragioni che è difficile capire, è stato oggetto di insinuazioni e attacchi violenti prima ancora che fosse sottoposto al giudizio del pubblico dell'ultima Berlinale, dove è stato accolto con rispettosa freddezza. " vero che non aggiunge molto al mito stevensoniano, ma è fatto con smagliante eleganza: la sceneggiatura, dal romanzo di Valerie Martin, è opera di Christopher Hampton, la bellissima fotografia livida (che contrasta con la descrizione allegra e colorata di Londra che intelligentemente fa Stevenson) è di Philippe Rousselot, le scenografie sono opera di un geniale production designer qual è Stuart Craig, che ha fatto del laboratorio del dottor Jekyll una specie di astratto, mobile teatro anatomico. E nell'atmosfera ferocemente ovattata di casa Jekyll, tra un gran via vai di vassoi e gente che spia, c'è l'irruzione vitale e colorata di Glenn Close a dare un colpo di calore e di vitalità. Ma nonostante lo spostamento del punto di osservazione, lo sviluppo della storia non cambia sostanzialmente, salvo il fatto che Hyde per una volta non è mostruoso, e la sua pericolosità sta anche nello charme erotico che sprigiona. Ma con tutta la sua carica elettrica, il suo fascino e la sua violenza ferina nemmeno John Malkovich (che personalmente preferisco nell'incarnazione contenuta e dolente di Jekyll più che in quella scopertamente sessuale e mercuriale di Hyde) riesce a iniettare vita in una storia imbalsamata da una volontà troppo raffinata. E la tenera Julia Roberts spalanca i suoi occhioni da Bambi in maniera quasi commovente, ma non sa fare molto di più che incarnare dignitosamente la repressione vittoriana (e la bellezza preraffaellita quando si scioglie i capelli). (La Repubblica, Irene Bignardi, 2/4/96)
Il film ha avuto molte traversie, ma il risultato è bello. Il laboratorio delle mutazioni è al centro d'una scenografia simile a un teatro anatomico o a una protofabbrica, evocazione della scienza medica e del progresso industriale, miti fine-Ottocento. Il bordello governato da Glenn Close, con la sua stanza insanguinata per via della ragazza straziata da Hyde - come da un cane rabbioso -, esemplifica la ferocia della violenza. Le urla sofferenti di Jekyll-Hyde, condannato a - essere nello stesso tempo il coltello e la piaga -, esprimono il tormento della schizofrenia. Lo sdoppiamento di John Malkovich non prevede specchi ma comporta alla fine il tentativo d'un terzo essere alieno di fuoruscire dal corpo di Jekyll-Hyde, e traduce fisicamente un concetto morale convenzionale (il Bene represso e apollineo, il Male sfrenato e dionisiaco): Jekyll è ordinato, statico, pacato, somigliante ai ritratti del suo creatore Robert Louis Stevenson, in apparenza sessualmente neutro; Hyde è dinamico, scapigliato, violento, eroticamente seducente. E un mattatoio rosseggiante, la presenza costante del sangue, una malinconia grigia e nebbiosa, sono immagini della morte. (La Stampa, Lietta Tornabuoni, 24/3/96) Per dire le virtù del film basterebbe da una parte la doppia interpretazione di Malkovich, che quando impersona Hyde si ricorda nei campi lunghi dei balzelloni di Jean-Louis Barrault nell'edizione di Renoir; dall'altra, a fissare lo sguardo ammaliato e atterrito negli occhi del bifronte campione della rispettabilità e dello scatenamento, il volto magico di Julia Roberts. Sicché "Jekyll" diventa una bizzarra storia d'amore fra un uomo troppo sapiente e una ragazza ingenua, vulnerata nell'infanzia dalle vessazioni di un padre ubriacone: è vissuta in misto di attrazione-repulsione per i mali del mondo. Se l'opera ha un difetto, non lieve, è di non riuscire a mettersi interamente nell'ottica di Mary, scoprendo la verità poco a poco: Jekyll è anche Hyde, fa un po' perdere la pazienza che la cameriera ci metta quasi due ore per capirlo. (Corriere della Sera, Tullio Kezich, 28/3/96)
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