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Copyright © Cinematografo 2009.
"Il mondo ormai è così: ci sono solo vittime…
Una bambina di dieci anni, Lucie, fugge dal luogo dove era rinchiusa e seviziata. Le ragioni del suo rapimento rimangono un mistero. Viene accolta in un orfanotrofio, ma è in balìa dei suoi fantasmi e dei traumi provocati dalla segregazione: l'unica persona con cui ha contatti è una ragazzina di nome Anna. 15 anni dopo, Lucie si vendica sterminando un'intera famiglia: erano davvero i suoi rapitori?
…non esistono più martiri autentici"
Un viaggio nei diversi livelli della follia, da quella personale a quella socialmente condivisa, senza possibilità di salvezza.
Questo è Martyrs di Pascal Laugier, il film più controverso e osteggiato degli ultimi anni, che ha terrorizzato le platee di tutta la Francia e di mezzo mondo, approdando con grandissimo ritardo (meglio tardi che mai!) anche nelle sale italiane.
Bisogna dire subito che avrà pochissima fortuna in un paese come il nostro, ma rimane un capolavoro da difendere e promuovere (solo presso un pubblico più che maggiorenne, però).
È un film iperviolento, al limite del pornografico, ma allo stesso tempo attraente proprio per quel lato di violenza che l'istinto umano rinnega. Sarà per esorcizzare il dolore e l'idea della morte, sarà per la curiosità insita nell'essere umano di sondare i limiti di sé e dei propri simili, ma è certo che la violenza estatica di questo film non può lasciare indifferenti e non permette di chiudere gli occhi un solo istante: sarebbe assurdo privarsi di una visione tanto scioccante quanto coraggiosa. Si vorrebbe forse scappare dalla sala, alzarsi e fuggire, ma la realtà è che si rimane ancora di più incollati alla sedia per vedere fin dove può esserci disumanità e perdita sensoriale, fino a dove può spingersi la narrativa filmica nel decostruire la psicologia dei personaggi ancora prima che straziare le loro carni.
Numerosi i riferimenti cinematografici che si potrebbero tirare in causa: dalla Ronette Pulaski di Twin Peaks che cammina in stato catatonico verso la salvezza, al connazionale Frontière(s) per la violenza e crudezza delle immagini, all'Amenábar di Tesis e al Balagueró di Nameless, e altri ancora. Ma salta all'occhio l'originalità nella conduzione dello spettatore all'interno delle vicende filmiche: egli, infatti, rimarrà attonito di fronte alla rapidità con cui si piomba nella violenza più pura. Nulla lo prepara a ciò che avverrà mentre si procede per livelli di coscienza (e conoscenza) acquisita, con l'aggiunta di ogni step quasi fosse una ripresa dal vivo degli avvenimenti. Non c'è spazio per la condanna, né per il giudizio. È un continuo ribaltamento delle posizioni e della situazione, che concede allo spettatore il solo ruolo di testimone: non ha il tempo di compatire o di schierarsi a favore di questo o quel personaggio, quasi che il premio per la resistenza alle immagini più dure sia proprio il non dover decidere da che parte stare e liberarsi così di ogni attesa per il destino dei protagonisti.
La narrazione trova, così, dei perfetti silenzi (quasi tutto il rapporto fra Anna e Lucie è giocato sugli sguardi e sulle espressioni, ancora più che sui dialoghi) che precedono l'escalation di violenza, a fronte di una sceneggiatura 'ben costruita, iperscritta, talmente ben fatta da farmi immaginare il film”, come rivela la Jampanoï. Il ritmo è funzionale all'effetto di shock e di ripresa dallo stesso che pervade lo spettatore fin dalle primissime sequenze.
La scelta di determinate soluzioni registiche (poca camera a mano e dosata bene; le luci e gli ambienti sono gestiti in maniera perfetta, non si ha l'impressione di essere sempre nella stessa casa), e la direzione delle attrici fanno di Laugier un grande regista, mentre le interpretazioni di Anna (Morjana Alaoui, un solo lungo all'attivo, è praticamente all'esordio) e di Lucie (Mylène Jampanoï, già vista ne I fiumi di porpora II e 36 quai des Orfèvres) ne sono il riscontro visibile: sempre credibili e sempre nella parte, nonostante il devastante lavoro psicologico che hanno dovuto sostenere per la preparazione dei ruoli.
Oltre la soglia del dolore: la rilassatezza estatica…
In definitiva, è un film da vedere assolutamente, per i cultori del genere horror e per chiunque abbia un minimo di senso cinematografico scevro da qualsiasi conservatorismo. Sconsigliato solo agli impressionabili e ai minorenni.
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"Il francese Pascal Laugier girera il prossimo 'Hellraiser' e questo spiega molte cose. Qui non esita a mostrare corpi incatenati, corpi consumati, corpi piagati, corpi mutilati, corpi morti ammazzati, corpi quasi decomposti, corpi martoriati, corpi abbrustoliti... Se ne compiace, e vero. E, complici le more protagoniste occhiute, rischia più volte di sbandare nel fatiscente horror d'oriente. Ma riesce a mantenere un accattivante tono solenne e un rigoroso occhio da Argento Vivo che sottraggono la trama al rigor mortis, la resuscitano, la spingono alla Visione. Per essere un horror (da noi) estivo, non e poco." (Alessio Guzzano, 'City', 12 giugno 2009)
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