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Leggi di coscienza
L'uomo di vetro porta alla luce la vera storia di Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia che, ribellandosi ad un regime di omertà senza confini, decise di confessare le proprie colpe e raccontare tutto ciò che sapeva in riferimento alla malavita. La scelta, difficile e non priva di conseguenze, lo portò a trascorrere gli ultimi anni della propria esistenza all'interno di una prigione che ormai, più che il suo corpo, segregava la sua mente, uscita distrutta dalla vicenda, fino al giorno in cui la mafia decise di fargli saldare il debito che egli aveva contratto, nell'unico modo che esisteva.
La pellicola parte bene, mostrando subito di voler accompagnare lo spettatore attraverso un percorso intellettuale ben congeniato, che si sviluppa attorno ad una tematica difficile, socialmente complessa e purtroppo parte della nostra collettività e quotidianità. Le riflessioni che ognuno potrà porre in essere, durante e a fine film, non riguarderanno solo l'onestà, il rispetto della libertà umana e il miglioramento di uno stato sociale che ha portato un individuo a considerare prima il male e poi il bene come risorse per un riscatto personale, speranze e idee legate alla riabilitazione della propria coscienza e allo sviluppo di un modo di pensare che non fosse più legato a dei confini, ma che potesse mettere in evidenza la voglia di conquistare una salvezza sia pur soltanto spirituale e pragmatica, a giochi ormai conclusi.
Commento
Il regista Stefano Incerti, raccontando tutte le alchimie del potere basate sulla forza generata dalla paura, governate dal male e dall'istinto di sopravvivenza, non contravviene alla negazione della verità e dei diritti umani, ma, anzi, accoglie e scommette sui sentimenti e sulle emozioni che su quei fatti scaturirono, non precludendo alcuna reazione al pubblico. Tutti gli avvenimenti narrati risultano ben inseriti in un sistema ben strutturato da una trama dotata di buon ritmo e in grado di fornire sempre quel coinvolgimento e quell'attenzione che solo un progetto di spessore riesce a dare, combinando al suo interno significati importanti e capacità interpretative senza dubbio pregevoli.
Il film risulta quindi apprezzabile da tutti, anche come modello sociale in cui ogni spettatore potrà fare delle considerazioni sul proprio percorso di vita e di libertà, attraverso la particolare battaglia ideologica e sociale che porta un prodotto come questo a divenire uno strumento per raggiungere dei traguardi spirituali e civili che spesso le pellicole evitano per lanciarsi in conclusioni più scontate e marginali. Consapevole dell'importanza del tema trattato e della sfida che inconsciamente ci viene proposta, ognuno realizzerà le proprie considerazioni ricordando sempre in ultima analisi che la storia raccontata è vera e non solo rappresentata con elementi di finzione, dalla ricerca di un protagonista molto convincente nel ruolo di Vitale, fino ad arrivare alla ricostruzione degli ambienti dell'epoca.
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"Anche se nel Dna del regista c'è la lezione del cinema d'inchiesta e meridionalista di Rosi, 'L'uomo di vetro' non è un film 'giornalistico'. Piuttosto è interessato a scavare nella complessità di un'anima divisa in due (...) Incerti ha trovato la chiave per raccontare 'la lotta di un non eroe, in parte vittima e in parte colpevole'. Fuori dai cliché." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 15 giugno 2007) "Senza sposare la causa oggi persa e consunta dall'uso del cine poliziesco o della fiction 'Piovra', Stefano Incerti si ispira a un libro per mettere in scena la storia umana del primo pentito di mafia, avendo nel Dna i film di Petri e Giordana. Senza l'enfasi positivista tv, il film entra sottopelle in una esemplare vicenda nevrotica degna del dr. Sacks, sulle spalle di Leonardo Vitale, primo collaboratore di giustizia che nel '72 fece saltare i tavoli di Cosa Nostra ma pure i suoi nervi: restò 11 anni in manicomio criminale. Tutta realtà romanzesca ma vissuta nel trionfo della mitologia, del folklore, del falso onore di padrini e padroni. David Coco è un attore sensibile e bravo, eccede con misura ed esprime con una sua pìetas la fragilità mentale mina, per volere di zio, una vita violenta. Con lui un cast di ottimo livello tra cui due volti necessari come Sperandeo e Bruschetta e la brava Anna Bonaiuto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 15 giugno 2007) "L'idea più bella de 'L'uomo di vetro', dal libro di Salvatore Parlagreco sul primo e misconosciuto pentito di mafia (Bompiani), sta tutta nel vecchio slogan della 'banalità del male'. Leonardo (David Coco) ha un'aria da bravo ragazzo, una fidanzatina adorante, una madre (Anna Bonaiuto) che partecipa alla messinscena quotidiana della normalità. Può essere mafioso uno così? Sulle prime non ci crede nemmeno la polizia. Perché non ci creda nessuno, la mafia, pirandellianamente, lo costringe a fare la parte del pazzo. Finendo per farlo quasi impazzire davvero. E qui il film potrebbe avere un'impennata se Incerti e i suoi interpreti non si contentassero di impaginare un raccontino pulito e al fondo convenzionale, ottimo per la tv. Non sono le storie che mancano, sono le ambizioni." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 giugno 2007) "Chi ha apprezzato 'I cento passi' di Giordana non potrà non essere colpito da 'L'uomo di vetro,' il film del bravo Stefano Incerti, tratto dal libro omonimo di Salvatore Parlagreco, dedicato a Leonardo Vitale, primo pentito di mafia. Di grande realismo e di profondo impatto emotivo, la pellicola, disegnando un verosimile affresco del mondo di "cosa nostra", narra la storia di una lucida follia: quella di un "uomo d'onore" che decide di passare dall'altra parte dopo una lacerante crisi di coscienza. (...) Il suo precario equilibrio psichico, reso più fragile dal "facile" ricorso all'elettroshock, fa il gioco della mafia, che lo vuole pazzo: le dichiarazioni di un folle non hanno peso in tribunale. E così accade. Alla fine è quasi il solo a pagare. Rilasciato dopo 11 anni di manicomio criminale, viene ucciso nel 1984. (...) Quello di Incerti è un film a tratti duro ma mai sopra le righe, che non cade nei classici stereotipi mafiosi. Né fa di Vitale - un misurato David Coco - un eroe. Piuttosto vuole raccontare la battaglia interiore di un uomo, al contempo vittima e colpevole, che diventa una lotta, più o meno consapevole, per affermare la libertà di coscienza anche a costo di andare contro le proprie radici e gli affetti. Non siamo ancora al pentitismo strumentale, di mestiere. E alla fine l'impressione è che il ravvedimento di Vitale sia arrivato in anticipo sui tempi, troppo presto per uno Stato non ancora pronto e colpevolmente indifferente: non capì o non volle capire che la follia in parte era l'autodifesa di un uomo lasciato solo con le sue paure." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 23 giugno 2007) "Senza sposare la causa oggi persa e consunta dall'uso del cine poliziesco o della fiction 'Piovra', Stefano Incerti si ispira a un libro per mettere in scena la storia umana del primo pentito di mafia, avendo nel Dna i film di Petri e Giordana. Senza l'enfasi positivista tv, il film entra sottopelle in una esemplare vicenda nevrotica degna del dr. Sacks, sulle spalle di Leonardo Vitale, primo collaboratore di giustizia che nel ' 72 fece saltare i tavoli di Cosa Nostra ma pure i suoi nervi: restò 11 anni in manicomio criminale. Tutta realtà romanzesca ma vissuta nel trionfo della mitologia, del folklore, del falso onore di padrini e padroni. David Coco è un attore sensibile e bravo, eccede con misura ed esprime con una sua pìetas la fragilità mentale mina, per volere di zio, una vita violenta. Con lui un cast di ottimo livello tra cui due volti necessari come Sperandeo e Bruschetta e la brava Anna Bonaiuto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 6 luglio 2007)
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