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Il più grosso quanto misconosciuto capolavoro nella storia del cinema, un’opera che affossa, finalmente, tutte le tesi del Kubrick sessantottino di “2001: Odissea nello spazio”. Olduvai/Olduway, la Rift Valley fra Kenia, Tanzania e appunto Uganda: “La culla di tutte le civiltà”, come afferma lo stesso Whitaker. Ma in 2 o 6 milioni di anni la Storia come processo paleoantropologico di ominazione non ha compiuto alcun vero passo avanti: sesso primordiale, ancestrale, SCIMMIESCO tanto quanto l’efferatezza della violenza (due scene a testa per ognuno di questi due concetti, quattro “ecce sub-homo” strepitosi). Ogni altra cosa, a cominciare dall’Eros e Thanatos empedoclei, è soltanto, nient’altro che l’abissale inganno della nostra razionalizzazione (e ciò spiega la straordinaria scena simbolica con cui il film inizia).
Whitaker, l’Uganda e la Scozia: la bestia che è (in) noi.
“Dottore, davvero una donna può avere il clitoride lì?” “Le aberrazioni della natura sono tali che tutto è possibile”. Questo scambio di battute che si svolge durante la proiezione di “(La vera) Gola profonda” già racchiude per intero il senso d’un capolavoro assoluto quale “L’ultimo re di Scozia”. Il regista Kevin McDonald usa la storia per parlarci della Storia, anzi della non-Storia come mancato nostro sviluppo in materia di sesso e atrocità rispetto a quanto compiuto dai predecessori dell’Homo sapiens apparsi sulla scena terrestre, nei paraggi dell’Uganda, tra i 2 e i 6 milioni d’anni fa. Una manciata d’altre immagini sono perentoriamente convincenti sul fatto che il processo d’ominazione non ha sortito alcun sostanziale effetto positivo. Il resto è solo falsa coscienza. L’utopia dell’Oltreuomo sperata nel ’68 da Kubrick in “2001: Odissea nello spazio” si è arenata al punto di partenza, alla condizione da gorilla, da scimpanzé, anzi peggio: “Se prendo una scimmia me la mangio”, dice il giovane medico scozzese mentre un pullman scassato lo porta a destinazione, nel cuore dell’Africa, al cuore della nostra natura ancora bestiale.
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