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"Intendiamoci: sebbene centosessanta minuti siano troppi, la pellicola ha una sua prestanza spettacolare, ma appunto nei limiti dei quadri di genere che prevedono un'armonica collocazione delle figure nello spazio sullo sfondo di cieli azzurri, scenografie molto intese a valorizzare gli aridi paesaggi e il folclore, musiche esotiche e cori celestiali, con in più, stavolta, una Barbara Herghey (la provocante Maddalena) chiamata a lasciare intravedere qualcosa fra i veli per giustificare l'accusa di oscenità, del tutto infondata ma utile alla campagna pubblicitaria. Il sapore di fondo del film è detto d'altronde dal prevalere dell'arancione che al momento opportuno stinge nel rosso-sangue: una dominante ricorrente spesso nei colossi pseudorealistici hollywoodiani che puntano sulla poesia. Il biondo miele di Gesù s'intona così benissimo coi tramonti, la sabbia, le marmoree rovine del Tempio, e poi con la porpora delle ferite. Il tragico si scioglie nel Technicolor, e il povero Gesù, dipinto a lungo come un fanatico insicuro, quasi uno schizofrenico, riesce persino a commuoverci con quel "lieto fine" segnato dai rimbombi di luce." (Giovanni Grazzini, 'Il Corriere della Sera', 8 Ottobre 1988) "I difetti. È verbosa, sanguigna, ossessiva come 'Taxi Driver', diluita in un arco di tempo che supera, stancando, le due ore e mezzo. Privilegia il gusto per il sensazionalismo, in pagine, ad esempio, in cui Gesù, parlando ai discepoli del suo cuore, se lo cava sanguinante dal petto, come i guaritori filippini; in altre dove, per rappresentare la resurrezione di Lazzaro, la fa cominciare a sorpresa con un braccio bendato che esce di colpo dalla tomba, citando senza timore del ridicolo la celebre scena della Mummia. Arrivando ad una tale contaminazione di stili da accettare, nella lunga sequenza dell'ultima tentazione, delle scene dove, a parte il legittimo fastidio per un cristiano di vedere Gesù accostato al sesso, si accetta a fatica una specie di teatrino con fondali di cartapesta, difficilmente riconducibile, anche se si tratta di momenti sognati, a quanto si è visto prima. E prima - eccoci ai valori estetici positivi - si è potuto registrare invece qua e là un certo impegno di linguaggio. Nella crocifissione, intanto, in spazi ampi e terribili, nelle citazioni di molta pittura italiana per alcuni episodi di rilievo, nel sapore di verità grezze, ripreso dal Pasolini del 'Vangelo secondo Matteo', cui i personaggi coperti solo di cenci e le ruvide comici sono spesso affidati con un senso di contemporaneità che tende a calare nel presente il passato. Grazie anche ad interpreti che, nella versione originale, recitavano come americani di oggi. Dando, però qui, spazio, tra i meriti, a un difetto: perché Willem Defoe Gesù e Keitel Harvey Giuda facevano più Bronx che non Testi Sacri. Del tutto traditi, comunque, dal film, e non solo in questo." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 7 Ottobre 1988) "'L'ultima tentazione' finisce quando Cristo capisce l'inganno dell'angelo e il rimprovero dei discepoli. Si ritrova sulla croce, accetta il sacrificio. Certo, qui molto è semplificato, ma dovrebbe far discutere i credenti più che la Maddalena (vista nuda di schiena, dietro un velo nel postribolo dove all'inizio lavora) quel Paolo disinvolto, immaginato mentre predica la buona novella: non importa se non ci sei - dice a Cristo - conta il bisogno che la gente aveva di te. Ma l'eresia nel romanzo e nel film non si compie, poiché Cristo accetta di esserci. L'abbiamo detto da Venezia, si può discutere sull'ortodossia di Scorsese (se vogliamo metterla così), ma non si fa un film come questo (senza tanta pubblicità rischiava un magro incasso) se non si è, almeno un poco, religiosi." (Stefano Reggiani, 'La Stampa', 8 Ottobre 1988)
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