"Non contento di aver portato sullo schermo 'Un marito ideale', Oliver Parker ha riconvocato Rupert Everett per una nuova versione della più nota tra le commedie del divino Wilde. E' l'unico Oscar che Parker vedrà, perché il nuovo adattamento appartiene al tipo di film che, quando li hai visti una volta, non te li ricordi mai più". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 8 febbraio 2002)
"Dopo il successo di 'Un marito ideale', Oliver Parker ripropone il teatro di Oscar Wilde per il grande pubblico cinematografico. Con 'L'importanza di chiamarsi Ernest' cambia la pièce ma non gli ingredienti: un cast di lusso (Dench, Firth, Witherspoon), pochi ambienti e Rupert Everett in veste di gigione. Il testo è la solita, sublime, raffica di equivoci e battute fulminanti eppure si è persa la leggerezza di 'Un marito ideale'. Talmente futile da risultare inutile. Anche per i fan di Wilde". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 7 febbraio 2002).
"Dopo 'Il marito ideale', ancora Oliver Parker con un testo di Wilde del 1895, come un'ideale collana british, adatta a un pubblico in grado di apprezzare gli understatement inglesi, le ciniche battute del grande Oscar, gli arredi e l'eleganza di una confezione. Sono le doti di 'L'importanza di chiamarsi Ernest', brillante e attuale gioco degli equivoci in cui due amici di vecchia data si annunciano sotto falso ed unico nome a due fanciulle in fiore, creando una catena di sospetti sentimentali e ripicche affettive. Cui intervengono due generazioni di ipocrisie, falsità e complessi, mentre la severa lady madre, l'ineffabile Judy Dench, vaglia i pretendenti. Parker, 'innamorato' di Wilde da anni, lo serve con ogni rispetto, scegliendo attori di chiara fama, bellezza e simpatia, un quartetto che mette allegria a vederlo: Colin Firth e Rupert Everett da una parte, la Whiterspoon e la O'Connor dall'altra, mentre un'originale serenata fa da ospite speciale creando un sospetto di musical". (Maurizio Porro 'Corriere della Sera, 15 febbraio 2003)
"Gli attori contano, e molto, perché sono la cosa migliore del film, tutti allenatissimi istrioni teatrali abituati a buttare là le battute di Wilde con impassibile noncuranza. Ma probabilmente il 'wit', la battuta folgorante, lo spirito, non bastano a restituirci l'attualità sociale di Wilde, la sua ambiguità nei confronti di quella buona società cinica dalla quale si sentiva contemporaneamente rappresentato e respinto. il film procede un po' legnoso e molto prevedibile verso il suo inevitabile scioglimento. I per di più la traduzione italiana di 'Earnest' in 'Ernest' cancella completamente il senso arguto della commedia: le due ragazze vogliono a tutti i costi sposare un uomo che 'sia Earnest', che in inglese non è solo il nome proprio, ma soprattutto significa 'onesto' e 'ricco'". (Emanuela Martini, 'Film TV', 12 febbraio 2003)
"Corredato di una musica che fa pensare ai ruggenti anni venti, recitato in modo troppo istrionico da Everett e Firth (troppo inglesi per essere veri - meglio Witherspoon, allora) e, peggio di tutto, 'arricchito' di visioni fantastiche (come quella in cui Cecily immagina Aigernon paludato nell'armatura di un eroico cavaliere errante), 'L'importanza di chiamarsi Earnest' è un oggetto forzato ed esagitato al punto di diventare asfissiante. Un film smanioso che neutralizza la materia, e i talenti, con cui è stato fatto". (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Ciak', 1 febbraio 2003)
"E' forse la commedia più riuscita di Wilde, che puntava a dimostrare al suo pubblico elegantemente borghese e pomposamente britannico quanto fosse elegantemente borghese e pomposamente britannico, cioè concentrato a raggiungere, nell'ossessione dell'ipocrisia sociale, una stupidità profonda, ma perfetta. Parker, regista di un apprezzato 'Otello' e di un altro, ottimo Wilde ('La moglie ideale'), sembra smanioso di andar in fretta, forse per la paura di non riuscire ad attualizzare il testo, a un secolo di distanza. Per ora, Wilde non ne ha bisogno. La musica Dixie, datata anni Venti, sollecita l'affanno. La verve degli attori, esperti in quanto purosangue inglesi, finisce nell'istrionismo. Il marchio è dell'americana Miramax". ("Silvio Danese, 'Il Giorno', 8 febbraio 2003)
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