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Copyright © Cinematografo 2006.
"Un caso editoriale, un caso umano e un caso politico in un film che abilmente li mescola tutti e tre rivelando le doti di attore del maturo Richard Gere, imbroglione storico." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 15 ottobre 2006) "Richard Gere ha avuto successo di recente con film modesti, ma è giunto alla Festa di Roma con un film ambizioso che potrebbe, ingiustamente, non avere successo, perché racconta personaggi sgradevoli: 'L'imbroglio' di Lasse Hallstroem. Qui Gere passa dunque da maturo seduttore a maturo truffatore, perché la vicenda è ispirata al caso reale d'una biografia autorizzata di Howard Hughes, che poi autorizzata non era. Il miliardario tacque fino alla vigilia della pubblicazione, nel 1972,quando denunciò l'autore, che finì in prigione per due anni. Hughes si sarebbe servito del caso anche - dice il film - per condizionare il presidente Nixon alla vigilia del caso Watergate. Nell'ingrato ruolo di Clifford Irving, dal cui romanzo autobiografico è tratto il film, Gere offre - rugoso e malvestito - una credibile rappresentazione del cialtrone editoriale. Ma Alfred Molina, che interpreta il suo socio e che ha l'aria del fallito più di lui, lo mette in ombra. Ma la coppia funziona e la sceneggiatura di William Wheeler è coerente: si capisce quasi tutto, anche senza aver ricordi americani di allora. Fuori concorso come 'The Departed', 'L'imbroglio' è stato presentato alla Festa di Roma nello stesso giorno del film di Scorsese con Di Caprio, autore e attore del film su Howard Hughes dell'anno scorso, The Aviator'. Per la serie 'A volte ritornano', si noti che l'ottuagenario Eli Wallach incarna il segretario e biografo non autorizzato di Hughes, Noah Dietrich, interpretato da John C. Reilly in 'The Aviator'." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 16 ottobre 2006) "In Italia si intitola 'L'imbroglio' ma 'The Hoax' si potrebbe tradurre 'La bufala'.(...) Illustrativo e non troppo ispirato, il film di Lasse Hallstrom ('Chocolat') ficca il naso nella feroce ideologia competitiva e nello spietato culto della commercialità dell'editoria americana. La cui regolamentazione contrattuale ferrea non ha impedito però che un Clifford Irving, per un attimo almeno, abbia mandato tutto a gambe all'aria." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 16 ottobre 2006)
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