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Odette Toulemonde: Mary Poppins moderna
Odette Toulemonde è una splendida donna quarantenne, allegra, solare, con una grande voglia di vivere. Nonostante tutte le difficoltà che le ha riservato la vita – è vedova, con due figli a carico e un lavoro che le concede il minimo per vivere – è felice, ha trovato la sua dimensione nella quotidianità della sua esistenza. Spesso sogna a occhi aperti; quando è felice fluttua nell'aria senza una meta, salvo poi richiamarsi alla realtà. Questa serenità è merito, soprattutto, delle parole di uno scrittore, Baltahsar Balsan, che con i suoi libri le colora la vita. Lui, invece, dalla vita ha ricevuto tutto: fama, notorietà, denaro. Eppure arriva a un particolare momento della propria esistenza in cui si sente un fallito, triste, solo, e per questo motivo prova a suicidarsi. Il tentativo fallisce e per una coincidenza del destino i due si conoscono: nascerà un forte legame e grazie a Odette lo scrittore ritroverà la serenità e, forse, anche l'amore.
Una favola forse troppo dolce
Odette è un personaggio che starebbe bene in una fiaba, una principessa che non ha ancora ritrovato il suo regno, una fatina che sa solo far del bene. Non a caso le scelte stilistiche di questo film – fotografia, colori, sceneggiatura – ricordano più un mondo fantastico che quello reale. Spesso nella narrazione si insinuano schegge di teatro, frammenti di favole, pur trattando un tema assolutamente quotidiano: l'amore. Odette vola, improvvisa musical in casa, affronta le faccende domestiche ballando e cantando.
Il film parte lento per poi prendere un po' di velocità e arrivare in volata al traguardo, anche se non riesce mai a raggiungere veramente lo spettatore e a emozionarlo fino in fondo. Se non fosse per l'ispirata prova dei due protagonisti - molto brava Catherine Frot e versatile Albert Dupontel - il film rimarrebbe una storiella buonista e un po' troppo sdolcinata; grazie ai due interpreti, invece, riesce a salire qualche gradino in più in una ideale "scala di merito” dei film. Da segnalare anche Nicola Piovani, autore delle musiche, sempre in accordo con la narrazione.
Una piccola chicca è la metafora che accompagna la vita di Odette; la donna, fra i suoi sogni ad occhi aperti, è solita vedere anche Gesù che, in base allo stato d'animo e alle situazione che sta vivendo la donna, ripercorre le tappe della sua vita (lo si vedrà camminare sull'acqua, portare la croce, lavare i piedi ai bisognosi).
Curiosamente, la storia rappresenta una piccola polemica del regista Eric-Emmanuel Schmitt (scrittore e autore del libro Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano) contro le critiche troppo dure ai cosiddetti "romanzetti", rei, secondo i recensori, di essere opere di basso livello, ma meritevoli di lode a parere di Schmitt perché riescono a far sognare le persone.
Leggero e senza pretese
Lezioni di felicità cerca proprio di far questo, insegnare che non è poi così difficile essere solari e raggianti. In particolar modo mostra che la felicità non è legata ai beni materiali, ma a qualcosa che c'è dentro ogni persona, bisogna solo aver la forza di tirarla fuori. Il film sfiora spesso la faciloneria e rasenta il melenso, senza però mai oltrepassare il limite; e questo è già un merito.
Una favola, una boccata d'ossigeno, un momento per staccare la spina: l'opera di Schmitt è questo, niente di più, niente di meno. Non memorabile, ma neanche da buttare. L'ideale per chi abbia voglia di spiccare il volo e non pensare a nient'altro, fino ai titoli di coda.
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"Strano a dirsi, pur esordiente nella regia, Schmitt riesce più convincente sullo schermo, realizzando una piccola commedia girata nella chiave surreal-favolistica cara ai francesi, e lasciando le briglie sul collo ai bravi interpreti Catherine Frot e Albert Dupontel." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 7 marzo 2008) "Adattando uno dei propri racconti, lo scrittore divide il mondo in due fette opposte: da un parte l'ambiente parigino intellettuale e mediatico: dall'altra la periferia con la sua gente semplice, la consolante quotidianità. Andava bene quando cose del genere le diceva Jacques Tati irradiandole di sorridente poesia. Qui, invece, lo schematismo dell'antinomia risulta goffo: la critica alla vanità del successo e del denaro necessita di argomenti ben più forti, o caustici, del candore di Odette. Detto questo, il film si può guardare come una favola dei nostri tempi, non priva di simpatia e dai dialoghi piuttosto azzeccati." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 7 marzo 2008) "Se Schmitt avesse evitato l'autobiografia dichiarata, se avesse evitato gli stacchi canterini, 'Lezioni' darebbe serenità, se non felicità." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 7 marzo 2008) "Schmitt tenta anche qualche animazione, qualche puntata nel surreale come fosse un film belga, ma la differenza è forse che a lui, lionese, manca 'abisso profondo e cupo da cui sollevarsi con la forza dell'immaginazione. (...) E infatti fa danzare Odette in autobus, fa interagire i suoi personaggi con una strepitosa colonna sonora guidata da Nicola Piovani a renderla compatta e poetica: si tratta infatti di esaltare le canzoni di Joséphine Baker che irrompono nel soggiorno, in cucina o al negozio con le sue armonie popolari e sofisticate come le ha definite Schmitt, musiche che sarebbero piaciute a Zavattini e De Sica, se avessero conosciuto Piovani" (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 7 marzo 2008)
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