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USA Today
Tre storie si intrecciano negli Stati Uniti di oggi: due soldati precipitano dal loro elicottero e si ritrovano soli su un altopiano afghano; un professore cerca di persuadere il suo allievo più promettente a non abbandonare gli studi e ad impegnarsi per costruire un futuro migliore; una giornalista dalle convinte idee liberal intervista un senatore repubblicano, che le svela un nuovo piano d'azione delle truppe americane in Afghanistan.
Una pièce teatrale
Redford non si smentisce, e torna con l'ennesimo film di impegno civile e politico. Lo fa partendo da una sceneggiatura di Matthew Carnhahan, giovane scrittore emergente di Hollywood, che ancora una volta - dopo il recente The Kingdom - si dimostra sensibile alle questioni geopolitiche che coinvolgono gli States nel Medio Oriente.
Ma, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, Leoni per agnelli è tutt'altro che un film di guerra, quanto piuttosto un film 'sulla” guerra, deciso a riflettere sugli sviluppi, presenti e futuri, dell'atteggiamento politico-culturale adottato dal paese che condiziona maggiormente lo scenario internazionale. Così, Redford mette in scena un'opera molto teatrale, divisa in tre atti separati che, però, si intersecano fra loro: la politica, la formazione e la cultura, l'esercito. Tre prospettive mostrate attraverso la personale visione di sei personaggi, ognuno con i propri ideali, le proprie convinzioni, i propri sogni, per un film molto dialogato, che schiera alcuni esordienti du contorno a tre mostri sacri del jet-set hollywoodiano; lo stesso Redford - diviso fra recitazione e regia - Tom Cruise, che ha accettato di interpretare un falco repubblicano del Senato, e Meryl Streep. Il film prova a restare in bilico sul sottile filo dell'imparzialità, che tenta di raggiungere non attraverso una mediazione e uno sfumare di toni, ma tramite un serrato confronto dialettico fra le varie posizioni sostenute dai protagonisti. Inevitabilmente, però, emerge la posizione dell'autore, detrattore convinto della politica americana dell'ultimo decennio.
Il problema è che Redford costruisce sì una pellicola rigorosa e intelligente, ben assortita nella sua composizione generale, risultando particolarmente coraggioso e innovativo nel proporre una storia che parla strettamente dell'oggi, estranea a un qualsivoglia processo di astrazione; ma non riesce a dire nulla di particolarmente nuovo rispetto a ciò che la cinematografia statunitense di impegno politico sta già affermando da tempo. Per di più la sceneggiatura appare debole in quella che dovrebbe essere la parte veramente innovativa, rischiosa: la formazione delle nuove generazioni e il coinvolgimento politico dei giovani, a tutti i possibili livelli di responsabilizzazione. Il dialogo tra il professore (interpretato dallo stesso Redford) e il suo giovane alunno è un susseguirsi di luoghi comuni, di maestose arie sull'impegno, sulla partecipazione e sulla poca democraticità dei processi decisionali, e risulta così sterile e retorico; cadendo uno dei tre 'atti” sul quale è costruita l'architettura della pellicola, si smarrisce di conseguenza l'efficacia espressiva degli altri due.
Lions for Lambs è dunque un buon film, ma mostra il fianco a critiche che, in definitiva, potevano essere evitate attraverso una scrittura più curata e smaliziata.
INCONTRO CON ROBERT REDFORD E TOM CRUISE
Come nasce il film?
Redford: Ho ricevuto il copione e mi sono subito accorto che la sceneggiatura era molto interessante, perché riguarda gli effetti e le conseguenze generali della politica nel mio paese negli ultimi anni. Oggigiorno in America c'è tantissimo intrattenimento, pochi film raccontano di quelli che sono ultimamente gli sviluppi del nostro paese.
Cruise: Appena ho saputo che Redford voleva fare un film me ne sono immediatamente interessato. Lui è un grande, è riuscito a rompere veramente con il sistema di Hollywood, a fare scelte coraggiose, si pensi al Sundance. La sfida era quella di costruire un personaggio reale, anche perché quello che interpreto ha idee totalmente opposte alle mie.
E' cambiato in qualche modo negli anni il suo impegno politico?
Redford: Il mio interesse in politica è quello di un cittadino. Ho sempre cercato di comunicare principalmente un grande amore per il mio paese, tutto qui. Per me è stata una vera fortuna nascere e vivere in America. Per questo vedo la politica del mio paese come qualcosa di veramente appassionante. Ovviamente poi le cose cambiano, ci si adatta ai tempi che cambiano. Ai tempi del Watergate per esempio si rischiava di scivolare verso il totalitarismo, oggi non è così. Oggi c'è più informazione, ma anche più possibilità di manipolazione di quell'informazione. Qual è il ruolo della società, dell'individuo oggi? E' questa la domanda interessante. Il futuro appartiene ai giovani, bisogna spingerli a non voltare le spalle alla politica.
E il cinema oggi ha il compito di informare?
Redford: Il nostro paese oggi è polarizzato, è diviso. Ma io non credo che ci siano il bianco e il nero, è pieno di zone grigie. Ci sono tantissimi giornalisti, per esempio, che fanno benissimo il proprio mestiere nonostante tutto. Ma molti dopo l'11 settembre erano terrorizzati, e il nostro Governo ci ha chiesto di stringerci attorno a lui, di rinunciare anche ad alcune nostre libertà. Il partito che aveva tutto il potere in mano ci ha chiesto di sostenerlo, ed era quella la cosa giusta da fare in quel momento. Oggi possiamo ben vedere quali sono i reali motivi che hanno spinto il paese ad andare in guerra. Con il cinema non si fa propaganda. Ma si possono raccontare delle belle storie che però parlino anche di temi più grandi.
Secondo voi nei festival c'è bisogno di grandi star?
Cruise: Beh, veramente non ne so molto. Qualche anno fa ho incontrato il Sindaco, e mi ha accennato del progetto. Mi è subito sembrata una grande idea, quella di fare un festival qui. Anzi, non so come non sia venuto in mente prima.
Redford: Secondo me non c'è bisogno di grandi star. Il Sundance, per esempio, è un luogo di scoperta di nuovi attori, di nuovi registi e cineasti. Spero che in futuro i festival non abbiano proprio più bisogno di star.
Secondo lei il film cambierà qualche decisione politica sulla guerra?
Cruise: Mah no, non è quella l'intenzione, non è un film di guerra. Deve spingere il pubblico a costruire un dialogo. E' un film con una valenza più globale, di interesse sociale e civile.
Lei è stato molto discusso per la sua adesione a Scientology...
Cruise: Solo con la comunicazione si possono abbattere le barriere, e questo vale anche sui pregiudizi religiosi. Solo così si può trovare un punto di incontro, e questo film parla proprio di questo.
Lei è un ottimista o un pessimista?
Redford: Sono un ottimista/pessimista. Non so se questa nostra politica cambierà. Il film vuole stimolare una riflessione a questo proposito, una domanda. Ma la speranza che qualcosa cambi rimane. Quando ero giovane non me ne importava nulla della politica. Poi sono venuto a studiare arte a Firenze, e i miei amici su questi temi mi mettevano in discussione. Ho così assunto un punto di vista un po' europeo sul mio paese. Quando sono tornato in America ho potuto avere uno sguardo più distaccato e più ampio di quello che succede, e lo conservo tutt'ora.
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"Sarebbe piaciuto a Mankiewicz questo film, per l'importanza che attribuisce alla parola, alla dialettica e alla retorica: il regista di 'Eva contro Eva', 'Giulio Cesare' e 'Masquerade' avrebbe saputo apprezzare quella che era stata la sua qualita principale, un cinema fatto di idee, recitazione e poco altro. Ma ricchissimo d'intelligenza e lucidita. (...) Il film, sceneggiato da Matthew Carnahan, e tutto costruito intorno a questi due teatrini della persuasione, dove l'abilita retorica del senatore cerca di smantellare la scettica razionalita della giornalista, mentre l'impegno del professore si sforza di fare breccia nelle posizioni rinunciatarie del suo studente. Redford non risparmia critiche ne alle scelte troppo remissive della stampa ne a quelle qualunquiste dello studente e sembra avere ammirazione solo per il coraggio e la coerenza dei due ex allievi arruolatisi, disposti al sacrificio estremo della vita. E' il pegno che paga alla retorica dell'eroe insita nella cultura americana ma anche il mezzo per ricordare che quella retorica ha origini classiste e ragioni politiche." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 24 ottobre 2007) "Niente di nuovo, ma chissa che il film non possa ugualmente aiutare a riflettere. Verboso, declamatorio, 'Leoni per agnelli' appartiene al cinema di parola e consta di tre dialoghi che si svolgono in luoghi diversi nello stesso giorno: un'intervista di Meryl Streep al senatore Cruise a Washington; uno scambio tra due amici, nero e messicano, agonizzanti in Afghanistan; una conversazione tra il professor Redford e uno studente della Universita californiana a suo tempo frequentata dai due amici ormai morti, sull'indifferenza e l'impegno. Le star protagoniste danno un contributo essenziale: ma la troupe, in nome della serieta dei temi del film, ha rifiutato di partecipare a qualsiasi festa della Festa romana." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 24 ottobre 2007) "La misurata polemica e efficace spettacolarmente solo quando battibeccano cortesemente Cruise e la Streep. (...) Non abituati a ragionare secondo diversi fusi orari, come fanno gli americani, gli italiani stenteranno a capire che le continue inquadrature degli orologi devono far capire che gli episodi sono sincroni. In fondo e la trovata migliore del film. La Streep e al secondo film alla Festa: nel primo, 'Rendition', era la gelida funzionaria della Cia, con la stessa magnifica disinvoltura. Proprio alla Festa, la Loren ha detto d'odiarla. Invece dovrebbe invidiarla." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 24 ottobre 2007) "Che malinconia ritrovarsi l'icona-Redford nei panni e nei tratti stropicciati e cascanti di un logorroico cattedratico... Anche se si sapeva benissimo che il biondo compare di Paul Newman nei classici 'Butch Cassidy' e 'La stangata', nonche il divo sexy del cinema alternativo anni '70, e diventato a settantuno anni un vate della sinistra americana e l'instancabile boss dell'anti-hollywoodiano Sundance Institute, l'effetto tempo perduto finisce col destabilizzare in partenza 'Lions for Lambs' di cui e produttore, regista ed attore. (...) Purtroppo il film sbaglia totalmente l'impianto, restando sempre indeciso e irrisolto tra il tono teatrale delle ammiccanti battute politiche dell'episodio Cruise/Streep, l'imbarazzante predica del prof Redford e la claustrofobica routine dello scorcio guerresco: incanalati ciascuno nel suo ambito, i temi non trovano un ritmo, eseguono uno spartito sconnesso e, soprattutto, mancano l'attesa fusione finale in senso sia drammaturgico che emotivo. Probabilmente il copione aveva inserito chiavi psicologiche gia usurate: il turgido senso del potere che elettrizza il senatore, l'idealismo piagnucoloso del docente in pantaloni di velluto e camicia botton-down, la spacconeria dei due giovani prima emarginati dalla societa e poi mandati al macello dalle manovre di Washington e dall'incapacita dei comandanti. Ma certo RR doveva impegnarsi di più, in primo luogo perche il cinema non può accontentarsi delle didascalie e in secondo perche vogliamo sempre un gran bene all'eroe di 'Corvo rosso', 'Come eravamo', 'Il grande Gatsby' e 'I tre giorni del Condor'." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 ottobre 2007) "Con attori meno dotati sarebbe un autogol, nobile ma verboso. Con questo cast, e con dialoghi tanto affilati, e un'americanissima prova di coraggio - e di ottimismo della volonta. Mentre l'Occidente sprofonda nell'ironia, nel disincanto, nelle dietrologie, Redford ci ricorda che siamo tutti sulla stessa barca e ognuno deve fare il suo dovere. meglio: essere se stesso fino in fondo. Anche se sono gli altri a morire, magari per una causa sbagliata. Facile respingere il messaggio al mittente con sufficienza, parlare di retorica, dire la guerra l'hanno volutagli Usa, non ci riguarda. Ma sarebbe più onesto riconoscere che stavolta Redford parla a tutti noi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 ottobre 2007) "Questo e il film. Semplice. Recitato da attori 'forza della natura', di ogni genere e eta (siano essi tenori, baritoni, soprano, stonati o controtenori). Il vero misterioso oggetto invisibile ripreso dal bel film e l'inconscio collettivo, lo stesso che poi fa votare la sinistra, soprattutto estrema, anche in Italia per Berlusconi o Cofferati, in nome dei nostri interessi materiali che, ci spiega Redford, sono in questo modo assai malamente tutelati. Fantasia e impegno al potere, invece, come nel '68. In California, l'estate scorsa, mi hanno raccontato, una storia simile a 'Lions and Lambs'. Impegnati e politicizzati quanto altri mai (sono ragazzi della Santa Cruz University), hanno scoperto che alcuni di loro avevano staccato la spina delle discussioni interminabili davanti a 10 birre e, marines, erano partiti. A fare 'i leoni' ma comandati e imbrogliati, come sempre avviene, fin dalla prima guerra mondiale, da quegli agnelli di generali. Clinton, svela 'Rendition', progettò sequestri clandestini di terroristi pericolosi da smistare in segreto. Vero. Dopo Mogadiscio ... Che Bush jr. abbia applicato quelle regole per salvare terroristi dalla furia devastante, di Arian, Ernest e Todd, non ce lo aveva però finora raccontato nessun film. Usa." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 24 ottobre 2007) "Il passo di 'Lions for Lambs' e quello solito di Redford, forse leggermente più didascalico. Spettacolo messo al servizio di qualche convinzione. Niente di radicale, niente di rivoluzionario, ma sincero e onesto sì." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 24 ottobre 2007) "Questo discreto prodotto - a basso costo, va riconosciuto - del rispettabilissimo impegno liberal, riesce a essere in una botta sola moralista, con la giornalista e il politico, sia didattico, con Robert Redford e il suo allievo, e anche vagamente retorico, nella resistenza epica e sprezzante della morte dei militari americani circondati dai talebani." (Luca Mastrantonio, 'Il Riformista', 24 ottobre 2007) "Due parti del film su tre consistono di lunghi dialoghi fra personaggi seduti a una scrivania. ' Leoni per agnelli' (titolo che allude a una battuta di Redford: i soldati inglesi della prima guerra mondiale erano leoni comandati da generali imbelli come pecore) va preso per quello che e una critica alla Casa Bianca, e un'amara riflessione della parte 'democratica' del paese su ciò che Bush ha fatto all'America. Quando Redford incita l'allievo all'impegno, sembra Kennedy quando disse: 'Non domandatevi cosa il vostro paese può fare per voi, ma cosa voi potete fare per il vostro paese'. L'idealismo kennedyano si scontra con il modernissimo cinismo del senatore Tom Cruise, il personaggio più sinistro e indimenticabile del film. Alla fine il messaggio e noi democratici siamo brave persone e amiamo l'America, ma Bush ci ha rotto il giocattolo e dobbiamo far qualcosa per aggiustarlo. Lodevole e condivisibile: ma bastava la conferenza stampa, non serviva anche il film." (Alberto Crespi, 'L'Unita', 24 ottobre 2007) "Non sappiamo come dirvelo, ma qualcuno lo deve pur fare. Robert Redford si tinge i capelli (sfumatura tra Biscardi e la Brambilla). Ma come, il film manda un messaggio e noi indugiamo in dettagli da sciampista? Per forza, sennò dovremmo dire che la fotografia e un gradino sotto il professionale, e purtroppo lo e anche la recitazione di Meryl Streep, giornalista costretta a un botta e risposta di quasi mezz'ora con il senatore repubblicano Tom Cruise. 'Voglio dichiarare guerra a chi fa la guerra', spiega il regista. E aggiunge: 'Sappiano i giovani che ribellarsi e giusto'." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 24 ottobre 2007)
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