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"Lauzon, con quella famiglia e quel bambino, non tenta in nessun modo le vie del cinema di cronaca, le prende solo a pretesto per ricrearvi attorno un mondo onirico che anche là dove attinge i suoi elementi nel reale, li rilegge e li reinventa in cifre quasi tutte fantasiose, con immagini in cui le tecniche, i modi, i colori tendono stilisticamente ad un barocco così insistito da rasentare in qualche momento il barbarico, specie là dove, con crudezze perfino fastidiose, si colgono spunti in un quotidiano che, pur sempre visto e ritrasmesso attraverso l'occhio di un bambino, abbonda di dettagli addirittura scatologici, con contorni iperrealistici di onanismo e spesso di altre stravaganti manifestazioni sessuali." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 30 maggio 1995)
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