"Il cineasta-pittore britannico, ormai più pittore che cineasta, sembra totalmente convertito agli effetti digitali, al punto di ripudiare l'uso tradizionale della pellicola. Sull'esile traccia narrativa delle peregrinazioni di tale Tulse Luper, che va alla ricerca di città invisibili passando da una prigione all'altra, Greenaway inanella in un mosaico di immagini eterogenee, moltiplica gli schermi dentro lo schermo, apre un'infinità di capitoli didattici (alla fine saranno 92) dedicati ciascuno al contenuto di una valigia, si abbandona a deliri solipsistici 'arty' che magari delizieranno pochi estimatori, ma risultano micidiali per qualsiasi spettatore dotato di normali aspettative sul cinema. Cinema che il regista, del resto, rinnega esplicitamente, convinto che spetti a lui la missione di rinnovarlo da cima a fondo". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 25 maggio 2003)
"Per chi lavora Peter Greenaway? Per il pubblico, certamente no. Per i critici nemmeno, stanchi ormai come siamo di seguire il regista nelle sue elucubrazioni. Si potrebbe dire che il maestro inglese opera per un ristretto club di raffinati degustatori di rarità. Ma esistono? I risultati al botteghino degli ultimi film fanno pensare che siano pochini. Di fronte a 'Le valigie di Tulse Luper', prima parte di un'annunciata trilogia, l'ipotesi più valida è che Greenaway gira per Greenaway: ossia per il gusto di farlo. Simulando un impegno romanzesco di vasto respiro in uno svariare di sfondi e figure, il film narra le avventure di un personaggio sempre di corsa dal 1922 alla Seconda Guerra Mondiale. Fare e disfare le valigie di Tulse Luper sarà un divertimento da gustare anche via Internet, promette l'autore. Ma salvo verifica alle prossime tappe, per ora l'impressione è che si diverta solo lui." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 24 gennaio 2004)
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