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"Il regista di 'I love Huckabees' tenta di giocare con la mente dei personaggi, come avviene nel bel Se mi lasci ti cancello, ma si ferma più in superficie di una cipria. Così come cerca le atmosfere di Wes Anderson, ma senza la mano di Wes Andreson. Sicché, in questo film non si ride abbastanza, né si pensa abbastanza. Non ci si innamora del protagonista, ma non si riesce nemmeno ad odiare l'antagonista. Fino al punto in cui ci viene spiegato che, nella vita, bene e male convivono: ma va?". (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 3 giugno 2005) "Qualcuno, a proposito di 'Three Kings', il suo secondo film dopo 'Amori & Disastri', sottolineò che David O. Russell era troppo sofisticato per il kolossal storico-bellico. Per 'I love Huckabees' ribaltiamo il concetto, perché l'autore sembra troppo scanzonato e preoccupato di inseguire gli standard di genere rispetto a un plot originale e denso di implicazioni esistenziali. Per raccontare la svolta nella vita di un ambientalista e le sue ossessioni, Russell ricorre al modello della commedia corale con digressioni drammatiche, con un occhio a 'Magnolia' per gli intrecci del destino e uno al thriller polanskiano. (...) Il nucleo centrale del film è costituito dalla spietata rivalità e dalla sfida psicologica tra i due, l'uno alter ego dell'altro. Russell dà il meglio quando punta sull'esplorazione delle zone oscure del Male, ma spesso prendono il sopravvento la sua smania di essere ironico a tutti i costi e il suo compiacimento narrativo. Il regista, insomma, cerca ma non trova un compromesso tra il prodotto indipendente e il modello delle majors. E l'invidiabile cast si trasforma in un boomerang, perché in questi casi le star evidenziano di più le fragilità e i limiti dei personaggi." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 4 giugno 2005)
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