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"Avvincente giallo, con ampie diramazioni nell'horror e nel fantastico, che naviga nell'assurdo e soffre di elefantiasi, eppure ti mette addosso più di un brivido ed esibisce sensazionali effetti speciali, anche se talvolta sfiora i confini del ridicolo. Il luciferino Al Pacino sovrasta lo spaurito Keanu Reeves e la spettacolosa neozelandese Charlize Theron". (Massimo Bertarelli, 'Il giornale', 25 ottobre 2000)
"Siamo infatti di fronte a una favolaccia metropolitana a sfondo metafisico imbastita per affermare che ogni patrocinatore legale deve obbedire alla propria coscienza morale, a rischio altrimenti di diventare l'avvocato del diavolo. Tesi fragile sulla quale vorrei sentire il parere di qualche esperto: a me pare che all'avvocato, non essendo un giudice, spetta solo tutelare i diritti alla difesa. (...) Che si può aggiungere? 'L'avvocato del diavolo' non è 'Rosemary's Baby', il regista Taylor Hackford non è Roman Polanski e a Pacino, per penitenza di avere accettato un ruolo tanto stupido, imporremo di recitare tre volte di fila il suo prediletto 'Riccardo III'. Un vero diavolo, quello". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 20 dicembre 1997)
"In questa strana atmosfera da fine secolo, a contrasto con i progressi della scienza e della tecnologia, fioriscono le sette e i riti satanici; e il regista Taylor Hackford, nel mettere il dito sulla piaga di una professione ad alto rischio morale come quella dell'avvocato, si ispira evidentemente a 'Rosemary's Baby' di Polanski. Però è difficile lasciarsi coinvolgere da una vicenda troppo lunga, sbilanciata fra registro drammatico, thriller, grottesco; e commuoversi alle disavventure della meschina Mary Ann che ingenuamente si fa trascinare sull'orlo della pazzia. Detto ciò, restano i pregi di una confezione all'americana dove la qualità dei singoli contributi artistici (fotografia, scenografie, montaggio) si fonde in un ritmo in fin dei conti accattivante. E se Keanu Reeves conferma una bella grinta, Pacino è pur sempre Pacino". (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 24 dicembre 1997)
"Dura troppo e mantiene poco questo legal thriller impregnato di zolfo che il regista di 'Ufficiale e gentiluomo' costruisce sulla contrapposizione delle star in cartellone. In un clima tra il ridicolo e il perverso, si precisa infatti l'ambiguo rapporto che lega i due uomini: il carrierista seducente pronto a tutto per vincere la causa, il genio del male in grisaglia profondo conoscitore della natura umana. Come finisce la sfida? Con una classica trovata hollywoodiana della serie 'E se fosse stato tutto un sogno?'. Ma siccome, come teorizza Milton-Satana, 'la vanità è l'oppiaceo più naturale', chissà che la storiella non possa ricominciare. Gigione come poche volte, Al Pacino fa rimpiangere l'asciuttezza dimessa di Donnie Brasco per prodursi in un 'assolo' in linea con il tono eccessivo, barocco, survolato del film". (Michele Anselmi, 'L'Unità', 20 dicembre 1997)
"Bravo nel girare le sue lussuose inquadrature a larga scala, Taylor Hackford non osa pigiare sul pedale del grottesco: così si arriva a uno strano epilogo, dove Milton-Pacino un po' scherza un po' fa il babau, producendosi in smorfie diaboliche sullo sfondo di un altorilievo animato di raro gusto kitsch. Tutto ciò non impedisce al film di essere una bella compilazione di shock visivi, con momenti di paura degni del migliore cinema orrorifico. Keanu Reeves interpreta bene un personaggio ambiguo combattuto tra il sano piacere dell'onestà e quello, malsano però intenso, di vincere sempre. Invece il grande Al, questa volta, è gigione ai limiti del vanesio. Ma la vanità non è forse il peccato preferito del Diavolo?". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 dicembre 1997)
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