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Il problema di uno è il problema di una comunità
Lars ha ventisette anni, vive in un paesino del Midwest degli Stati Uniti, è timido, insicuro e soffre di afefobia, la paura del contatto fisico. In una piccola comunità dove tutti si conoscono, il suo problema diventa ancora più grande; per questo motivo il fratello Gus e soprattutto la moglie Karin sono preoccupati per lui. Quando però Lars annuncia di avere un'ospite in casa, una donna, tutto sembra tornare alla normalità… ma il sollievo dura poco. Bianca – la «ragazza» di Lars – è in realtà una bambola in silicone a dimensioni naturali, ordinata via internet. Tutta la comunità, dopo la prima reazione di smarrimento, su consiglio del medico di paese asseconda la «realtà» che il ragazzo si è creato, condizione che permette a Lars di iniziare a relazionarsi con gli altri e di superare le proprie paure e difficoltà: ecco che Bianca, allora, viene coinvolta nel volontariato del paese, è assunta in un negozio, ha sempre diversi impegni all'interno della comunità tanto da arrivare a litigare con Lars perché secondo lui lei gli dedica troppo poco tempo…
Ironico e commovente, mai banale
Il mondo reale crea diversi problemi a Lars, che soffre di disturbi psicologici, ed è per questo motivo che egli plasma, forse in maniera conscia o più probabilmente in modo inconscio, una sua realtà nella quale rifugiarsi. In questa sua dimensione, che però non esclude gli abitanti del suo paese, può dare vita a Bianca, la bambola in silicone che diventa la sua ragazza. Questa rappresenta il suo rifugio, la «donna di plastica» è una continuazione di sé – non a caso come lui ha perso la mamma durante il parto, il padre poco dopo, e ha difficoltà a comunicare con gli altri – necessaria per affrontare i suoi problemi. L'accettazione dell'altro, del diverso, assume in questo film caratteristiche grottesche, perché l'altro in questione non è una persona in carne e ossa; non per questo però, nonostante lo humor che accompagna la storia, il tema diventa meno serio. Se si prende in considerazione il modo in cui reagisce la comunità alla scelta di Lars, il film diventa quasi una favola, con tutto il paese che accetta senza troppi problemi il «sogno» del ragazzo, assecondandolo fino a trasformare Bianca in una persona reale.
Ottima la prova del regista esordiente Craig Gillespie, supportato dall'altrettanto buona sceneggiatura di Nancy Oliver. Ryan Gosling è perfetto nella parte di Lars, ma è tutto il cast, da Patricia Clarkson a Emily Mortimer a Kelli Garner e Paul Schneider a regalare un'interpretazione magistrale; gli attori riescono a conferire naturalezza ai personaggi interpretati, compito non facile in una storia del genere.
Una commedia commovente
Lars e una ragazza tutta sua è veramente un bel film, una commedia commovente che non cade nella banalità, non eccede nel buonismo, non diventa mai ipocrita. I suoi 106 minuti scorrono senza intoppi, fluidi, freschi, e allo humor si mescolano, senza lasciare grumi, un pizzico di commozione e una manciata di buoni sentimenti che vanno a insaporire la storia. Un titolo davvero consigliato per le emozioni che riesce a regalare; peccato, però, che sia stato distribuito in così poche sale.
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"L'idea non è nuova. E' attorno alla crescente paura fisica dell'altro sesso, che si combatte deviando le pulsioni d'amore verso più controllabili e dominabili congegni animati (galline, pecore, cavalli...) o animabili. Ed ecco l'amour fou per le bambole gonfiabili d'altezza naturale ('Life size'), per i manichini viventi ('I racconti' di Hoffman, 'I Cannibali'...), per i robot ('Io e Caterina') per, la femme fatale o «l'uomo giusto» digitale, che ormai fa parte di un panorama libertario tollerato e aperto alle più svariate possibilità. Non che qui si vada a fondo della cosa, però. Ma almeno la centralità della famiglia (mentre il mondo si complica con guerre devastanti) che genera ancor più mostri repressivi, qui si combatte con la deriva fantastica, la psicoleccornia bizzarra, la gigantografia feticista. Anche se l'ombra peccaminosa della psicopatologia sessuale resta e va guarita, mentre 'Vereda tropical' di de Andrade ci spiegò le delizie dell'amore vero con l'anguria senza moderati ripensamenti." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 4 gennaio 2008) "Nulla è messo in discussione, anzi si sottolinea il conformismo culturale ed espressivo di base, per una commedia dal fare e dal dire banalizzante che ad ogni piega poteva trasmutare in un più ben remunerativo thriller alla 'The Village', in delirio orrorifico alla De Palma o anche solo in un rispettoso ossequio della devianza alla Harvey." (Davide Turrini, 'Liberazione', 4 gennaio 2008) "Il lieto fine rovina la coerenza della storia, ma Gillespie avrebbe dovuto restare nell'analoga - salvo per la neve - Australia per permettersene un altro." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 4 gennaio 2008) "Incredibile ma vero: dopo anni di commedie nere, di storie acide, di 'cattivismo' dilagante, ecco un film tutto buoni sentimenti che è anche un buon film. Quasi a ricordarci che sarcasmo, disperazione e cinismo non sono i soli approcci possibili al nostro mondo. Proprio così: benché scritto da una delle penne della serie tv 'Six Feet Under', Nancy Oliver, 'Lars e una ragazza tutta sua' è semplice, diretto, efficace, tenacemente e felicemente ottimista. Ma senza sbavature perché a ben vedere racconta con tenerezza la storia dura se non disperata di un uomo così chiuso in se stesso che per uscire dal proprio guscio deve 'convivere' qualche tempo con una bambola di gomma." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 gennaio 2008) "Il meccanismo della provocazione, tipico di altri film sull'argomento, finisce per essere ribaltato: quello che dovrebbe essere impensabile (scambiare una bambola gonfiabile per una persona in carne e ossa. E cuore.) diventa normale, accettato da tutta la comunità e lo spettatore si trova a giudicare non il colpo di testa di un visionario o, al meglio, di un sognatore, ma piuttosto il livello di ingenuità e di creduloneria di una comunità. Ma anche di coinvolgimento emotivo, di accettazione delle diversità, di disponibilità e di apertura per l'altro di tutta una cultura e una educazione. E' questa l'idea vincente del film, che la sceneggiatura di Nancy Oliver riesce a reggere per tutti i 106 minuti del film e che il regista Craig Gillespie (riconosciuto come direttore pubblicitario, praticamente sconosciuto come regista di film) anima con una messa in scena delicata e vicina ai toni della favola, ovattata come la città sotto la neve su cui si apre la storia e 'naturale' come la recitazione che ha chiesto ai suoi interpreti. Dove naturalmente spicca il protagonista Ryan Gosling, perfetto nel rendere un personaggio che sembra sempre sul punto di soccombere di fronte alla realtà e che invece trova sempre la forza di perseverare in questa sua specie di scommessa, tra l'assurdo e il provocatorio." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 4 gennaio 2008) "Il regista Craig Gillespie, che si è anche scritta questa piccola cronaca, ha privilegiato i toni quieti, dando fin dalle prime scene spazi ampi a quel carattere del protagonista descritto un po' fuori dal mondo (e anche dalla realtà) in modo da poter spiegare, psicologicamente e narrativamente, quel suo curioso atteggiamento che, pur mettendolo decisamente fuori dalla norma, ve lo fa soggettivamente rientrare per quella tranquilla buona fede in cui finiscono per aver motivazione, le situazioni più lontane dalla logica. Presto difatti accettate senza stupori da quanti lo circondano, familiari, conoscenti, medici. Forse in qualche passaggio sul candore prende il sopravvento un sospetto di ingenuità e, pur accettando tutto attraverso gli occhi quasi infantili del protagonista, dei momenti lasciano interdetti, specie di fronte all'adesione di una intera comunità a quel caso più che singolare, ma i climi attorno, sempre con nitidi sapori quotidiani, finiscono per far accettare tutto, costruiti come sono, con sincerità, su quel personaggio considerato sempre con affetto sincero, senza sfiorarlo mai con l'ironia. Vi dà volto un attore dai modi riservati e assorti, il canadese Ryan Gosling, che riesce, con accenti giusti, a non far mai sentire l'abnorme nei suoi atteggiamenti. Giustificandoli." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo' 4 gennaio 2008) "Il paradosso allude alla povertà di tante storie d'amore reali, alla brutalità sbrigativa con la quale vengono dichiarate concluse e alla miseria casuale da cui hanno inizio, alle donne-oggetto e agli uomini privi di sentimenti, al dolore della solitudine: eppure il film brillante, visto al Torino Film Festival, è ironico e divertente, ben fatto e ben recitato, a volte persino commovente." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 4 gennaio 2008)
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