Trama
Immerso nella vasca da bagno, Marc si trova a meditare di fronte allo specchio per la rasatura: infine, decide di toglier via i baffi che corrugano austeramente il suo viso da dieci anni. Pensando di fare una sorpresa alla moglie Agnes, cerca di testare la di lei attenzione mostrandole il 'nuovo” volto. Ma l'entusiasmo è strozzato in petto, perché Agnès non s'accorge di nulla, e nemmeno gli amici, né i colleghi, e anzi, tutti negano spudoratamente che Marc abbia mai portato i baffi. Reputato alla stregua d'uno scherzo, poi d'un complotto, la caliginosa ricerca della verità assumerà i passi lenti e stringenti della follia, che si insinua nei labili recessi della memoria d'una vita vissuta che perde giorno dopo giorno coscienza di sé.
Commento
La sensazione che si respira dopo i primi minuti di pellicola, è di far parte di una dimensione arida, placida e soffocante, un rapporto di coppia che percorre la linea temporale, tenero e dimesso.
Un equilibrio infranto alla minima increspatura del normale - e forse fatalmente 'prestabilito” - stato delle cose: la decisione di Marc (Vincent Lindon) di radersi i baffi (la 'moustache” del titolo originale). E mentre si arrovella l'anima nell'incredulità che nessuno, compresa la moglie Agnès (Emmanuelle Devos), si sia accorto del cambiamento apportato al proprio volto, si accorge che non è la sola distorta incongruenza che dovrà affrontare. La realtà, così come l'ha conosciuta e vissuta, sembra aver preso un sentiero divergente rispetto a ciò che la sua stessa memoria gli ricorda: non ha mai avuto i baffi, non è mai stato a Bali (come le foto documentano), gli amici con i quali aveva cenato qualche sera prima pare non siano mai esistiti, i genitori non abitano più dove ricordava.
Un passato travolto da un vorticoso squarcio temporale al quali il protagonista non può dare risposta. Le fotografie stesse (per eccellenza lo strumento della modernità che documenta il vero), gli confermano ciò che la realtà circostante contrasta. La fotografia, diretta e imprescindibile antenata del cinema, incapace di cogliere la verità. È dunque un cinema che afferma, ma non rivela.
'Ciò che è strano – afferma Carrère – è che voglio raccontare la verità, ma come nel libro, anche nel film, l'unico motore che mi permette di raccontare è la non rivelazione; altrimenti non ci sarebbe più la storia”.
Lo spettatore, allora, rimane imbrigliato nel delirante dubbio, angosciato dalla mancanza di un appiglio ontologico, dall'assenza di un disvelamento finale, di un'agnizione liberatoria.
Dopo aver offerto più d'uno spunto, ispirando varie trasposizioni filmiche da sue opere letterarie – ricordiamo La settimana bianca e L'avversario – , Emmanuel Carrère, giornalista, romanziere, sceneggiatore, decide egli stesso di industriarsi – per la seconda volta, dopo il documentario Ritorno a Kotelnitch – con la macchina da presa e trascolorare le parole stampate della carta in alchimica celluloide.
Traendo il soggetto da un suo romanzo scritto vent'anni or sono – che porta lo stesso titolo originale del film, 'La moustache” – Carrère si avvale di ottimi collaboratori per la stesura dell'adattamento – Jerome Beaujour, Josiane Morand –, e da letterato, sceglie un – a tratti compiacente – approccio intellettualistico (comune a molta cinematografia francese).
Da metteur en scene (premiato con questo film al Festival di Cannes) bisogna riconoscergli con merito un paio di scelte illuminate. La prima: i due attori protagonisti, che danno vita ad interpretazioni cariche di intensità. Vincent Devos, in particolare, dà vita ad una maschera e ad un repertorio di espressioni – talvolta quasi impercettibili – stralunate, inquiete, disperate. Un personaggio inerme e dimesso, oppure sensibile e impaurito. Un antieroe, alienato e solingo, viaggiatore, in quel pellegrinaggio a Hong Kong, per sfuggire al tarlo della dissennatezza.
Seconda scelta fondamentale alla riuscita del film è senza il minimo dubbio la musica. Il Concerto per violino e orchestra di Philip Glass accompagna con assoluta perfezione la spirale nella quale viene risucchiata l'intera storia, rimpiazzando impeccabilmente la voce fuori campo, inizialmente nelle idee del regista. Espressione vivida della solitudine errabonda del protagonista, delle sue intime lacerazioni, del suo ciclico e ossessivo dibattersi nella follia. E che infine si fa poesia, lirismo che si abbandona, come una cartolina fluttuante in fondo al mare.
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