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"'L'albero delle pere' è un film dove ognuno ha perso la sua identità: i genitori non sono più genitori e i figli non sono più figli, investiti di responsabilità superiori alle loro forze. Uno di quei film che a Venezia ha rischiato il linciaggio e che proprio per questo - visto che si tratta di una storia originale raccontata con estrema vivacità - alimenta il sospetto che tanta acredine sia motivata da un eccesso di sincerità. Francesca Archibugi non esita infatti a mettere in scena la sua generazione interrogandosi criticamente su un passato punteggiato di delusioni, sconfitte e responsabilità. Un po' come aveva fatto Marco Bellocchio con 'Il principe di Homburg'. Ovviamente la situazione descritta è piuttosto forzata, oltrepassa i limiti della credibilità e funziona soltanto se accettata nella sua paradossalità. Ma è proprio questo aspetto a far risaltare, e con evidente contrasto drammatico, lo sconquasso di un nucleo familiare dove ognuno ha abdicato al suo ruolo". (Enzo Natta, 'Famiglia Cristiana', 10 novembre 1998)
"I personaggi ne 'L'albero delle pere', risultano spesso stereotipati; gli episodi della loro vita angusta risultano a volte melensi, e gli interpreti sono mediocri. Ma non sono molti i registi italiani che abbiano come Francesca Archibugi la capacità di descrivere con esattezza scoraggiata certi luoghi dell'esistenza della gente comune, il supermercato e i corridoi della Usl, l'oscurità domestica nei pomeriggi invernali e le aule della scuola, l'ostentazione velleitaria delle cerimonie laiche, l'esibizionismo e l'egocentrismo scemo anche delle figurette più irrilevanti. Ed è raro pure il tentativo riuscito di usare una storia famigliare con bambini per un esercizio di stile espressivo: Roma vista nei suoi quartieri senza bellezza né estetica della povertà, gli appartamenti abitati dallo squallore, vengono esplorati dalla macchina da presa con una ricerca figurativa ostinata ed efficace, con una sapienza persino eccessiva moltiplicata dalla fotografia molto bella di Luca Bigazzi". (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 17 settembre 1998)
"Molte ambizioni, appunto, e molti temi: padre, figli, a generazione del dopo Sessantotto: i guasti e i disagi dell'oggi, le possibilità e i destini delle generazioni future figlie dell'informatica. Però, se nella struttura del racconto c'è poco ordine, se qualche personaggio che si affaccia all'ultimo momento risulta pleonastico e se i protagonisti adulti rischiano, a volte di essere più emblematici che non autentici, i modi con cui la regia poi li rappresenta si conquistano non di rado un vero e proprio stile. All'americana, se vogliamo, ritmi a singhiozzo, immagini volutamente sporche, sempre con l'aria di far della realtà realissima - un'espressione onirica, fra luci che si offuscano e si macchiano, con inquadrature sghembe dipanate spesso con fulminanti respiri e un sonoro al diapason. In contrasto, ma non in contraddizione, certi scontri familiari sono dosati invece con calma e certe pagine, pur quiete, hanno tutto il tempo di svelare invenzioni anche fantasiose. Un'Archibugi sempre più matura, insomma, anche se, pretende molto, non risolve tutto. La mamma è Valeria Golino, stralunata a dovere, Massimo è Sergio Rubini, all'inizio molto 'capellone', il borghese Roberto è Stefano Dionisi, In giacca e cravatta, Siddharta si chiama Niccolò Senni. Lo rivedremo". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 settembre 1998)
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