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Un sogno immortale
Tomas, Tommy e Tom Creo. Tre uomini (o forse l'incarnazione dello stesso uomo) e tre epoche diverse: il primo è un conquistador nella Spagna del ‘500, il secondo uno scienziato dei nostri tempi, il terzo un esploratore spaziale del ventiseiesimo secolo. Nonostante le disparità temporali, i tre uomini perseguono il medesimo obiettivo, ovvero salvare la donna che amano donandole l'immortalità; a tal fine, cominciano una ricerca che li porterà alle origini dell'esistenza, laddove si erge l'albero che è fonte primaria di vita.
Ciò che sta dietro alle apparenze
Quello della vita eterna è un tema immortale, se mi consentite il facile gioco di parole, e l'autore di 'Requiem for a dream” Darren Aronofsky se ne appropria rendendolo argomento principale di questo suo nuovo, ambizioso progetto. Vivere per sempre, senza preoccuparsi dei mali fisici o (per l'appunto) della morte, la ricerca delle origini dell'umanità e i dubbi sul suo cammino futuro, sono tutte tematiche nobili e 'alte”: troppo, per un film pretestuoso che non riconosce i propri limiti. Aronofsky si perde in un intricato labirinto di epoche differenti, misticismo, aneliti spirituali e viaggi ai confini della conoscenza, ma dietro alle apparenze si nasconde la povera sostanza di una storia d'amore e di morte. Non c'è molto più di questo, in effetti: un tragico romanticismo che, con le armi dell'empatia, cerca di mascherare la scarsità di approfondimento di tematiche così complesse, fallendo. Non c'è mai vero interesse per la ricerca di Tomas, la sua avventura non è mai misteriosa ma soltanto confusa e, oltre alla enigmatica colonna sonora di Clint Mansell, nient'altro riesce a lasciare il segno.
Un film che vorrebbe avvicinarsi a '2001 Odissea nello Spazio”, ma ricorda più che altro il peggior 'Solaris” di Soderbergh.
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"Barocco e visionario, Aronofsky, fischiato e offeso al Lido, si lega al corpo mutante di Hugh Jackman e salta dalla Spagna dell'Inquisizione a un domani sterile da Mattatoio n. 5. Sia la spedizione del Conquistador sia la ricerca dello scienziato falliranno; crescera l'erba sui corpi morti. Più del tempo, che non ha eta, siamo noi che ce ne andiamo." (Claudio Carabba, Magazine, 14 settembre 2006) "'L'albero della vita' affronta, con una sorta di mirabile incoscienza, i temi più complessi del mondo: l'ossessione umana di penetrare il segreto dell'immortalita, la dipendenza dall'altro, la condanna alla solitudine. Il problema e che Darren Aronofsky sceglie di sovraccaricare visivamente le immagini, sempre in bilico tra sogno e incubo; meglio ancora, un incubo a occhi aperti che vorrebbe dar forma all'interiorita turbata del protagonista. A complicare le cose, il percorso a zig-zag tra i secoli e concepito come una serie di proiezioni 'in abisso' di ogni stato del personaggio: il che non semplifica per nulla la comprensione dei fatti. Così, tutta la faccenda comincia presto ad avvitarsi su se stessa, smarrendosi tra visioni new age e sentieri narrativi interrotti senza preavviso, fino alla perdita totale della storia. E' probabile che Aronofsky sconti anche il taglio del budget produttivo, dimezzato rispetto ai progetti iniziali. In ogni caso le sue scelte di linguaggio, rubate a uno spot pubblicitario, non appaiono le più adatte per rivelare gli eterni segreti della vita." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 16 marzo 2007) "Un pataccone tremendo che la Mostra di Venezia voleva far passare per capolavoro massimo, un tentativo di ricerca di immortalita da parte di un medico che, per strappare la moglie alla morte, viaggia in tre epoche storiche. Eccolo nel XVI, XXI e XXVI secolo, conquistador ispanico e meditabondo astronauta, tra segreti Maya, corti del '500, sale chirurgiche, un vero pastrocchio in cui il regista Darren Aronofsky ('Requiem for a dream') mette dentro tutto, dal teocon alle alchimie, dalla fiaba al fantasy chiedendo a un kolossal di sontuosa fattura di obbedire alla ricerca della trascendenza, problema che forse solo Bergman aveva messo in gioco al cinema. Fantasmagoria new age che non raccoglie emozione alcuna e spende e spande uno spiritualismo da paghi due prendi tre che non soddisfa nessuno. Il povero eroe Hugh Jackman e in ostaggio alla sceneggiatura che lo tortura peggio dei Maya." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 marzo 2007) "'The Fountain' in Italia e diventato il sottotitolo. Il titolo e 'L'albero della vita', omonimo di un film di mezzo secolo fa di Edward Dmytryk. E forse non e un caso l'appaiamento: anche il film allora era velleitario, costò molto e incassò poco; ma il fiasco di Dmytryk non lasciò vedove, salvo il produttore. Invece Aronovsky ha i suoi devoti nella critica. Passato per la Mostra di Venezia 'L'albero della vita-The Fountain' appartiene al genere più temibile: quello onirico. Per fortuna, fra Mostra e uscita in sala, il regista ha capito e ha tagliato circa dieci minuti. Non abbastanza per cambiare il giudizio in positivo, ma abbastanza per apprezzare il gesto. (...) Gia il tipo di storia angoscia. Nei momenti di lucidita, se fuori dal cinema - dove siete entrati nonostante lo sconsiglio - piove molto forte, potrete evocare i precedenti nefasti, a cominciare da 'Sogno di prigioniero' di Henry Hathaway, che fu, non a caso, caro ai surrealisti." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 16 marzo 2007) "'L'albero della vita' non e certo un film riuscito, ma e denso di intenzioni non comuni, soprattutto all'interno della produzione americana. E' vero, ci sono implausibili richiami alla paccottiglia new age e a fantasiose spiritualita. Ma questo non toglie originalita e una certa forza caparbia a questo folleggiante titolo, costato anni di attese e di fatiche al suo regista. Se siete in un mood psichedelico, e quello che vi ci vuole." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 16 marzo 2007)
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