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La Ricerca Della Felicità Recensione

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Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-01-12 15:09:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Leggi il testo completo sul numero di gennaio-febbraio della Rivista del CinematografoUn padre e un figlio soli e alle prese con un mondo insensibile. Questa - in estrema sintesi - la trama de La ricerca della felicità primo film 'americano' di Gabriele Muccino, con protagonista Will Smith. Una pellicola toccante che, ispirata ad una storia vera, descrive gli sforzi di un uomo alle prese con il suo sogno: diventare un broker finanziario in una grande società di San Francisco nei primi anni Ottanta. Gli ostacoli sono tanti: un matrimonio finito per avere dilapidato i risparmi di una vita nell'acquisto di macchinari che nessun ospedale, apparentemente, sembra volere. Non solo: un padrone di casa in cerca dell'affitto arretrato, un figlio di cinque anni da accudire, uno stage di tre mesi non pagato dove - alla fine - uno solo verrà preso e assunto. Potrà farcela un uomo di colore, abbandonato dalla moglie, che dorme con il suo bambino - quando va bene - nei ricoveri per poveri e che deve al tempo stesso studiare, cercare clienti e arrivare al fatiscente asilo a prendere suo figlio prima che la missione chiuda i cancelli, mentre ha in tasca pochi spiccioli?

Copyright © Cinematografo 2007.

Film
La ricerca della felicità
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-02-01 15:00:23
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Trama:

Chris Gardner ha una moglie e un figlio di cinque anni. Anni fa ha investito tutti i suoi risparmi per comprare degli scanner per la rilevazione della densità delle ossa, nella convinzione che fossero lo strumento medico del futuro. Si sbagliava, la maggior parte dei medici li considera oggetti inutili. Così Chris è costretto a vivere alla giornata, cercando di vendere almeno un paio di scanner al mese, per tirare a campare. Quando la moglie ormai esasperata lo lascia, Chris rimane da solo col suo bambino, entrando in una spirale sempre più profonda di angoscia e miseria, con una sola speranza a cui aggrapparsi: uno stage in una famosa società di consulenza finanziaria, l’unica via per diventare un broker e risolvere tutti i suoi problemi.

Commento:

Con La ricerca della felicità, Gabriele Muccino (imposto alla produzione titubante da un Will Smith estasiato da L’ultimo bacio) sbarca negli Usa e costruisce un film capace di riscuotere grossi successi al botteghino e di lanciare Smith (almeno così si dice) verso la vittoria dell’oscar. Di sicuro ci sono grosse novità rispetto ai precedenti film del regista italiano: abbandonati i drammoni sentimentali, i toni urlati e le tematiche giovanilistiche, distribuite in film abbastanza corali imperniati su un gruppo più o meno nutrito di attori, questa volta Muccino presenta una sorta di one man show (Will Smith è presente in quasi tutte le inquadrature), concentrando la propria attenzione su un solo uomo e su suo figlio, piccola disastrata famiglia che tenta con ogni mezzo di rimanere aggrappata al più classico dei “sogni americani”. Il rapporto con la moglie di Chris si dissolve abbastanza presto, e la donna non riapparirà nel corso del film. Perciò l’attenzione è subito concentrata sul protagonista e sulla sua ricerca della felicità (come da titolo), qui rappresentata da un lavoro, che possa garantire stabilità economica e quindi un futuro dignitoso per sé e per il figlio.

The pursuit of happyness (rigorosamente con la “y”) è un film che potrebbe risultare indigesto, perché accumula una sull’altra situazioni sempre più drammatiche, dove ciò che può andare male alla fine va anche peggio, creando nello spettatore una sorta di disagio, di peso sullo stomaco, fino all’inevitabile lieto fine (inevitabile non per chissà quale legge hollywoodiana, ma semplicemente perché la storia alla base del film è vera e perciò va raccontata così com’è accaduta). E tuttavia è un film potente, che ha un grande pregio: è capace di non lasciare la nostra mente una volta usciti dalla sala, una volta tornati a casa, nella nostra vita quotidiana. Questo perché la felicità evocata dal titolo, che superficialmente ed erroneamente si potrebbe riconoscere nella ricchezza, nella carriera professionale, in realtà è molto semplicemente la “normalità”, quella che molti di noi danno sempre per scontata. Quando Chris vede assottigliarsi sempre più il suo conto in banca, quando sua moglie lo lascia perché esasperata dalla loro povertà, quando è costretto a dormire col figlio nei ricoveri per senzatetto o nei bagni della metropolitana perché non possono più permettersi nemmeno una stanza di motel, l’unica cosa che si permette di sperare è una vita normale, per sé e soprattutto per il bambino. E in nome di questo sogno stringe i denti, lotta con tutte le sue forze, anche quando sembra che ogni tentativo sia vano o destinato a fallire. C’è un’inquadratura nelle battute finali che dà il senso al film: Chris, ottenuto il lavoro tanto agognato, piange di gioia in mezzo alla strada, circondato da decine di normalissime persone. La sua gioia non deriva dall’essere diventato “superiore” a quegli individui, bensì dall’essere finalmente “uguale” a loro.

Se dobbiamo guardare l’aspetto propriamente tecnico, Muccino usa una regia per lo più classica (uno dei probabili motivi per cui in America piace così tanto), con alcune buone idee come l’inquadratura descritta poco fa. Ma il lavoro vero lo svolge con gli attori, e soprattutto con Will Smith, che anche grazie alla direzione del regista italiano offre probabilmente la sua migliore interpretazione di sempre. Ormai l’ex principe di Bel-Air ha dimostrato di saper coprire ruoli diversissimi in generi anche molto differenti tra loro, e in questo film offre una prova intensa e credibile, calibrata al millimetro e perfettamente integrata con l’interpretazione del piccolo Jaden, vero figlio dell’attore e piccola star dal brillante futuro.

Tutto oro quello che luccica? Ovviamente no. La storia in sé ha ben poco di originale, così come la messa in scena, e in qualche punto si scade in una facile retorica, che un’interpretazione più mediocre da parte del cast avrebbe reso probabilmente insopportabile. A questo si aggiunga, per noi italiani, un doppiaggio orrido di Thandie Newton (la moglie di Smith nel film), assolutamente inascoltabile.

Nel complesso però non si può che dare un giudizio positivo, per un film che a tratti è troppo di maniera, ma che è certamente capace di raggiungere il cuore dello spettatore, che poi è probabilmente la cosa più importante.

Copyright © Spaziofilm.it 2007.

Film
La Ricerca Della Felicità
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-04-17 04:01:18
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Gabriele Muccino, il regista quarantenne de 'L'ultimo bacio' e di 'Ricordati di me', ha fatto a San Francisco un film riuscito e doppio: per metà il suo primo film americano (con amore tra padre e figlio piccolo, ambizioni del giovane uomo nero, caduta sfortunata, resurrezione, tenerezze) e per metà un film realistico italiano sulla difficoltà di vivere in America. Significativamente, il film comincia e finisce con la folla di impiegati in marcia verso il lavoro al mattino, neppure notando l'ubriaco buttato sull'asfalto. (...)"La ricerca della felicità" è uno dei diritti concessi ai cittadini dalla Dichiarazione di Indipendenza americana: gli Stati Uniti sono l'unico Paese in cui tale diritto sia affermato e la parola «felicità» sia presente in un documento costituzionale.(...) Al regista italiano potrebbe essere riservata una carriera americana con maggiore esito di quanto non sia accaduto in passato ad altri registi (Carlo Carlei, o in diversa situazione, Faenza di 'Copkiller') che sono andati a lavorare negli Stati Uniti, ma che non hanno realizzato più di un unico film." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 12 gennaio 2007) "Gabriele Muccino a Hollywood. Con tale felice risultato che il suo film, negli Stati Uniti, si è già inserito tra quelli che stanno avendo le migliori fortune al botteghino, con il consenso della critica. (..) Il film, cui Muccino, pudicamente, affida il lieto fine quasi soltanto ai titoli di coda, segue da vicino, in modo affettuoso e spesso commovente, il calvario di quell'uomo che si dibatte con vigore tra le tante difficoltà da cui è afflitto, ingentilendo le sue peregrinazioni con la vicinanza sempre partecipe di quel bambino che tutto vede, soffre e comprende. In una città, San Francisco, ripresa dal vero nei quartieri più miseri di Chinatown e addirittura in Tenderloin, in un periodo, i tormentati anni Ottanta, enunciati, ma solo di sfondo, da Reagan in TV e dalla pubblicità sui taxi di 'Toro scatenato' con De Niro. Con ritmi affannatissimi che quasi si vietano le soste e con uno stile di regia - secco, mobile, concitato - che conferma il pieno possesso del cinema ormai raggiunto da Muccino. Riscontrabile, ancora una volta, ma più del consueto, nella recitazione dei suoi interpreti, specie nel protagonista, il noto attore-divo afroamericano Will Smith che, affiancato, nei panni del bambino, dal suo stesso figlio, ha espressioni mimiche intensissime e raccolte; anche quando, dal principio alla fine, corre come un velocista. Dimostrando, forse, che la felicità la si ricerca correndo." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 12 gennaio 2007) "Registi italiani a Hollywood? Prima di Gabriele Muccino, c'era stato Franco Amurri, che sposò Susan Sarandon, che divorziò da Susan Sarandon; ma che fuori dallo stato civile lasciò solo 'Flashback' (1990) e 'Il mio amico Zampalesta' (1994). Con 'La ricerca della felicità', Muccino lo supera di slancio. Questa riproposta, in epoca bushiana, di ideali rooseveltiani ambientata in epoca reaganiana; questa miscela tra 'Furore' di Ford e 'Ladri di biciclette' (qui ladri di scanner) di De Sica, è una sfida temeraria. Muccino l'ha vinta dove più conta: gli Stati Uniti. (...) Se 'La ricerca della felicità' è meno bello dell''Ultimo bacio', è più bello della media produzione hollywoodiana. E poi un fondo di realismo europeo percorre in questa storia di declino di un commesso viaggiatore (Will Smith). (...) Muccino non è alternativo: arrivato a Hollywood, probabilmente ci resterà, facendo avanti e indietro con l'Italia, come nessun altro italiano, ma come tanti europei. Altri, che girano film 'due stanze e cucina' saranno capaci d'invidiarlo e incapaci di emularlo. Altri ancora, che scrivono di film, esiteranno ad ammettere che mancano all'Italia proprio i solidi professionisti come Muccino. Ci sono solo epigoni di questo o di quello, che dunque girano sempre lo stesso film 'alla maniera di... '. I grossi festival offriranno loro una tribuna; ma l'oceano non si aprirà per farli passare." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 12 gennaio 2007) "Sul mito della 'seconda volta' e del 'diritto alla felicità' il cinema americano ha costruito buona parte della sua fortuna. E dei suoi soggetti. Per questo l'esordio statunitense di Gabriele Muccino poteva rivelarsi da una parte piuttosto agevole (sarebbe bastato copiare certe atmosfere e certe situazioni) e dall'altra decisamente complicato (va bene copiare, ma poi il confronto avrebbe potuto essere devastante). Senza tener conto del fatto che guidare una troupe hollywoodiana, con una star come Will Smith a capo, è un (bel) po' più complicato che dirigere un film con la Bellucci e Bentivoglio. Per questo 'La ricerca della felicità' mi sembra un film decisamente riuscito. Non un capolavoro, certo, ma un bel film medio (che non è una diminuzione, anzi) capace di rivelare nel regista romano una serie di potenzialità che nei suoi film italiani finivano per essere poco sviluppate. Che Muccino sappia imprimere alle sue opere una notevole fluidità narrativa e alle riprese una scorrevole naturalezza non è certo una novità. Ma sia nell''Ultimo bacio' che in 'Ricordati di me' mi era sembrato di cogliere un po' di furbizia di troppo, di chi non vuole dispiacere a nessuno e quindi finisce per 'assolvere' i peccati di tutti, rivelandosi consolatorio più che partecipe. Nella 'Ricerca della felicità' questo atteggiamento di fondo sparisce e quella che poteva essere la più scontata e zuccherosa delle storie diventa il ritratto coinvolgente e credibile di un americano alle prese con le tante contraddizioni della vita e della società. (...) La recitazione di Will Smith è sempre intelligentemente controllata, quasi trattenuta, così da dar vita a un personaggio credibile, non 'hollywoodiano', che facilita il coinvolgimento emotivo dello spettatore e che aiuta a raccontare il mito dell'edonismo reaganiano da un'angolazione meno scontata e superficiale. Permettendo a Muccino di evitare le trappole in cui era caduto in passato. In questo modo l'eterna favola del successo a portata di mano diventa qualche cosa di più complesso e credibile. E una commedia a lieto fine la conferma di una professionalità davvero matura. Che ha dimostrato di saper fare a meno di certi facili stereotipi giovanilisti per mettersi al servizio di un'idea di regia che forse non è immediatamente gratificante (non si può dire che questo sia un film 'd'autore') ma che può davvero aprire la porta di una lunga e bella carriera." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 13 gennaio 2007) "Cuori di pietra contro cuori di zucchero. Antiamericani contro filoamericani. Cinefili artisti contro cinefili edonisti. Se il dibattito sull'esordio hollywoodiano di Gabriele Muccino si ponesse in questi termini basterebbe premere un bottone. Un film, peraltro, è un film e il suo calibro si può (si deve) valutare su almeno tre spessori, quelli del soggetto, dello stile e del coinvolgimento emotivo indotto negli spettatori. In quest'ottica semplice, ma non semplicistica, 'La ricerca della felicità' ci sembra riuscito, il classico titolo-per-tutti che va dritto allo scopo e districa senza incertezze l'inevitabile nodo tra realismo dei fatti, credibilità degli interpreti ed espedienti di finzione. Non a caso il regista romano si è sempre smarcato dai diktat del cinema d'autore, orientando le proprie qualità sul piano del buon artigianato e del prodotto medio che nella trasferta americana assumono, ovviamente, un taglio inconfondibile e un sapore più corposo. Il nucleo sdolcinato della trama risulta, così, circoscritto da solidi paletti narrativi, in modo che la cupa odissea di padre e figlioletto recuperi spontaneamente o, meglio, logicamente gli antidoti della dignità personale, dell'ottimismo intraprendente e del senso dell'umorismo. (...) I cardini dell'apologo sono più sottili: l'incipit dei duri anni Ottanta reaganiani, la mania del cubo di Rubik come metafora dei quiz esistenziali e le corse a perdifiato nel caos metropolitano del novello 'Ultimo dei Mohicani'. Scandite dai nobili commi della Dichiarazione d'Indipendenza americana e nel contempo minate dalla consapevolezza universale che 'la felicità non esiste perché è qualcosa che dobbiamo solo inseguire'". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 13 gennaio 2007)

Copyright © Cinematografo 2007.



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