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"Tratto da un romanzo di Karin Fossum ambientato in un fiordo norvegese e trasferito dalla sceneggiatura di Sandro Petraglia, il film di Molaioli ha il merito di saper dipanare con sapienza la sua matassa alquanto aggrovigliata. Non ci sono scavi sociali nell'Italia contemporanea, come accade per diversi gialli nostrani, ma una sapiente miscelamento della tradizione americana con alcuni preziosi apporti, soprattutto quando si tratta di designare crisi e dubbi esistenziali dei protagonisti, da quella europea. Certo il film si avvale di un cast non usuale per un'opera prima, con oltre ai già citati, Gifuni, Golino, Anna Bonaiuto, resta però il fascino concreto e non banale di un'affascinante danza intorno al male ed ai suoi improvvisati ed insospettabili garzoni." (Giancarlo Mancini, 'Il Riformista', 1 settembre 2007) "Molaioli si affida a una struttura di genere più codificata e sperimentata, quella del giallo, e a una narrazione più tradizionale: (...) Tratto da un romanzo norvegese della scrittrice Karin Fossum, trapiantato nel Nord-Est dalla sceneggiatura di Sandro Petraglia, il film ricorda piuttosto certe atmosfere simenoniane, con la provincia che nasconde segreti più o meno inconfessabili e una diffusa patina di perbenismo a fare da scudo all'indagine poliziesca. Con una differenza sostanziale, però: se nei gialli del romanziere belga, inchieste di Maigret comprese, il movente delle azioni umane era l'avidità, l'invidia, la cupidigia, magari anche l'odio (di classe o di sesso); qui invece l'inchiesta del commissario svela poco a poco un quadro di dolore e di sofferenza che non risparmia nessuno. Non esce il ritratto di una società costruita sulla sopraffazione o l'ingiustizia ma piuttosto di un mondo condannato a fare i conti con un Male più nascosto, più profondo e personale, fatto di malattie che non si possono guarire, di dolori che non hanno fine, di destini che si accaniscono contro i più indifesi." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 2 settembre 2007) "E' un giallo dal retrogusto metafisico, in stile Dürrenmatt, che il copione di Sandro Petraglia trasferisce dai fiordi norvegesi del romanzo di Karin Fossum, 'Lo sguardo di uno sconosciuto', ai panorami valligiani/lacustri della Venezia Giulia.(...) Tono meditabondo, musiche minimali, un male di vivere che lambisce tutti i personaggi. 'La ragazza del lago' è un film orgogliosamente d'autore, dove la soluzione del caso risulta subordinata a un'indagine di tipo extrapoliziesco. Tra Maigret e Ingravallo, il commissario Servillo porta nel film il senso di un'irresolutezza esistenziale non nuova al cinema. Acuto, dolente, osservatore. E un po' accademia di se stesso." (Michele Anselmi, 'Il Giornale', 2 settembre 2007) "'La ragazza del lago' non è un capolavoro perché qualche passaggio non si salda a dovere, affiora qua e là il vizio tutto italiano d'insistere sulle giustifiche, per così dire, sociali di psicologie e comportamenti e gli interpreti non reggono il ritmo del leader (non è il caso, però, del magnifico Nello Mascia). Siccome, però, fotografia, montaggio, musica e stenografia sono pressoché perfetti e dimostrano come anche i film a basso budget siano in grado d'esprimere competenza e classe, è importante aggiungere che ai giovani e strenui produttori della Indigo Film Nicola Giuliano e Francesca Cima si potrebbe rivolgere l'identico ringraziamento dovuto a Sedo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 settembre 2007) "'La ragazza del lago' non è un semplice giallo, ma anche un noir sociologico. Del giallo ha la scoperta del colpevole, la soluzione del caso, quel rimettere a posto il mondo, ricucire lo strappo che il delitto ha portato nel convivere civile. Del noir ha la compassione verso i personaggi, quel partecipare e perdersi nelle loro sofferenze, quel far parte di un mondo dolente senza ergersi a giudici." (Dario Zonta, 'L'Unità', 3 settembre 2007) "In 'La ragazza del lago', film d'esordio di Andrea Molaioli applaudito in concorso alla Settimana della critica della Mostra del cinema ciò che manca è invece proprio il contorno mediatico e la pellicola prende il sapore di certi racconti alla Simenon. Tratto dal romanzo 'Lo sguardo di uno sconosciuto' (ed. Frassinelli) della norvegese Karin Fossum, sceneggiato da Sandro Petraglia, il film si avvale di un cast notevole con Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Omero Antonutti, Marco Baliani, nel quale spicca Toni Servillo, protagonista nei panni del commissario Sanzio che deve indagare appunto sull'omicidio di una giovane, interpretata da Alessia Piovan." (Leonardo Jattarelli, 'Il Messaggero', 3 settembre 2007) "'La ragazza del lago' presenta una serie di caratteristiche utili a radiografare lo stato delle cose del cinema italiano. E' un film squisitamente 'di genere', anche se non appartiene al più gettonato versante 'noir' ma esalta quelle atmosfere, quell'orrore dietro la monotonia, che sono stati propri di grandi letterati del mistero: da Simenon a Durrenmatt. Poi il regista Andrea Molaioli ha molto valorizzato il nostro patrimonio attoriale. Intorno al formidabile Toni Servillo nei panni di un Maigret umano e intuitivo ma sradicato dalla città e precipitato in un contesto provinciale/montanaro a lui estraneo, si muove un vasto gruppo di affiatati cointerpreti." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 3 settembre 2007) "Un bellissimo film italiano. L'ha scritto Sandro Petraglia sulla base di un romanzo poliziesco della norvegese Karin Fossum ambientandolo, anziché tra i fiordi, in una zona di montagna della Venezia Giulia, in prossimità di un lago. Lo ha diretto un esordiente, Andrea Molaioli, che ha però al suo attivo delle collaborazioni in film di Moretti, di Luchetti, di Mazzacurati e di Calopresti. Lo schema, restando fedele al testo originale, è rimasto quello del giallo, l'omicidio, il commissario che indaga, l'assassino rivelato alla fine, ma attorno, oltre alle immancabili tensioni - emotive e drammatiche - c'è, grazie alla sceneggiatura e poi alla regia, in approfondimento costante delle psicologie dei personaggi, una ricerca sottile delle loro ragioni umane (anche quelle dell'omicida) e una cornice di boschi, di acque, di case tipiche di villaggi montani, che, con la sua bellezza visiva non è mai in contrasto con il nero dell'argomento, perché, anzi, ne riflette, in chiave quasi soltanto di mestizia, i lati meno oscuri; in cifre di normalità quotidiana." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 4 settembre 2007)
Copyright © Cinematografo 2007.
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'Dimmi cos'è che non va con me stesso…”
Un commissario di polizia taciturno e introverso viene chiamato in un paesino del Friuli per cercare una bambina scomparsa, col supporto dei colleghi Siboldi e del fido Alfredo. Ritrovata la piccola senza conseguenze, proprio sulle sue indicazioni viene rinvenuto il corpo senza vita di una ragazza, in una postura insolita e armoniosa, in riva al lago: il responsabile delle indagini inizierà così una serie di interrogatori per risalire all'assassino e al movente che ha portato al delitto, dovendo nel mentre fare i conti anche con la propria vita personale scossa da vicissitudini dolorose, tra una moglie con gravi problemi neurologici, una figlia scontrosa e una dermatite atipica…
'…dimmi qual è il meccanismo che è rotto e dammi un ricambio perfetto…”
Il film è tratto dal romanzo della norvegese Karin Fossum Don't look back – uscito per la prima volta in Italia nel 2003 con il titolo Lo sguardo di uno sconosciuto (Frassinelli) – ed è stato inserito con merito nella Settimana della Critica all'ultimo Festival del Cinema di Venezia, accompagnato da ottime recensioni. L'esordiente Andrea Molaioli (già aiuto regista di Nanni Moretti, Daniele Luchetti e Carlo Mazzacurati) dimostra talento d'autore nel comporre un film come un dipinto in movimento fatto di piani sequenza lenti e brevi, alternati a immagini fisse a stacco; un film come un quadro, dunque, che incornicia paesaggi e scorci naturali del nord-est Italia con sottofondi di musica elettronica e archi in puro stile nordico (non scordiamoci la genesi scandinava). Gli scorci profondi dei fondali naturali emanano un senso di freschezza e pulizia estetica, ma sono allo stesso tempo volutamente aridi nel contenuto, come a voler lasciare un vuoto interiore, un baratro nel quale gettare lo sguardo come un corpo, un peso morto senza riuscire a sentirne il tonfo.
Buono e capace il cast: oltre a un cammeo dell'affascinante Valeria Golino, il protagonista, un sempreverde Toni Servillo, dà vita al commissario Sanzio (che, come Raffaello, ha spunti di genialità) ispirandosi alle figure dei libri di Scerbanenco e all'icona classica del genere, il commissario Maigret. Un sofferente Marco Baliani (nella pellicola è il padre della defunta) sembra a mio avviso più sciolto sui palchi teatrali – suo habitat naturale – piuttosto che davanti alla cinepresa, dove appare forzato e poco convincente.
'…così la smetto di riflettere, di ragionare, di cercare di capire il senso delle cose”.
Per stile e processo creativo Andrea Molaioli si avvicina molto a un altro talento italiano incompreso, Matteo Garrone (L'imbalsamatore, Primo amore), che con l'autore esordiente condivide oltre alla città di nascita, Roma, anche l'abilità nel ricreare dialoghi verosimili e un'attenzione scrupolosa sulle persone qualunque, i personaggi di contorno con i loro tic, i loro difetti, le loro ansie trasmesse a volte solo da un'espressione o da un gesto ermetico.
Ciò che sorprende è l'assenza sul luogo del delitto dei mass media: il fatto di cronaca è asettico, essenziale, libero, come se il mondo esterno non esistesse, come se tutti i personaggi fossero incredibilmente protetti da una campana di vetro simile a quella dei classici souvenir con la neve artificiale. Un giallo/noir sommesso nel senso nobile del termine, atipico come la dermatite dalla quale il commissario Sanzio è affetto, che non è solo il sintomo di uno sfogo psicosomatico superficiale; l'eczema più profondo è il disagio esistenziale, la psoriasi nascosta di una vita che strascica e si tira avanti, che contagia Servillo e prude in testa. Il film usa il minimalismo formale per diagnosticare piccoli dolori, l'incomunicabilità umana e il trincerarsi dietro piccole paure che ognuno di noi si porta appresso.
Forse Molaioli ha la lucidità, grazie anche allo spunto del romanzo nordico, di trasmettere un senso di pressoché completa rassegnazione agli eventi che ci accadono, come se il flusso della vita trovasse l'imbuto a stringersi in fondo e faticasse a continuare.
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