Vuoi le news di Yahoo! Entertainment sul tuo cellulare? Clicca qui
Copyright © Cinematografo 2009.
"Non mi ricordo, in un dramma italiano, anche neorealista, la scena d'una evasione dal carcere, anche se imperfetta (morì un passante, ma fu un maledetto errore). Destabilizzante, certo, qui, anche la presenza esile, quasi in simulacro, di preti, mamme e cani, a sfidar la triade della nostra cristiana cineidentita. Ma quel tabù infranto il 3 gennaio 1982, quando Susanna Ronconi e tre giovani detenute furono liberate dal carcere di Rovigo, in stile Ira, da un commando, e il cuore selvaggio narrativo (e il fuggente brivido eversivo) del quarto film di Renato De Maria. Opera un po' d'azione storica, un po' d'azione intima, ma senza il necessario cattivo in campo (il villain non e mai il violento che non conta nulla: non e il cowboy rapace ne l'indiano feroce, ma chi li arma e ha nel cassetto i files di entrambi, pronto a usarli ...), e ispirata, alla lontana, all'autobiografia 'Miccia corta' di Sergio Segio, combattente comunista, e alle azioni di Prima Linea (aprile 77-giugno 83), troppo grezzamente abbozzate nel film, visto che il «terrorista» leader e perfino costretto, nella scena che ha erotizzato l'ex pci Bondi, e non solo lui, alla piena, religiosa, abiura. (...) De Maria, che viene dal '77, gia in 'Paz!' (2002) aveva raccontato avventure demenziali di altri indiani metropolitani negli anni di piombo quelli che i Quaderni rossi non li chiudevano nel cassetto per tirar fuori pistole, ma li rileggevano a parco Lambro per tirar fuori polli gratis per l'operaio sociale. E, dopo 25 episodi tv di 'Distretto di polizia' e un po' di Maigret, sa sciogliere le forme anchilosate del nostro cinema d'azione. Trasformando una tragedia, dallo sfondo ancora inenarrabile, in un discreto western con spaghetti (ben accolto per la suspense a Toronto, dal 20 novembre in Italia) dove, come direbbe Manzoni, il buon senso del detour, della direzione vietata di marcia (quella imboccata da De Maria quando affianca, rischiando, le auto del commando), lotta contro il senso comune di Prima Linea: che dai ferri vecchi della Resistenza passa ai mitra chic, inebriandosi di tecnologia, ma invece di alzare il livello dello scontro, lo distrugge, scippando la lotta a consigli operai. Quasi gia prefigurazioni degli yuppie anni 80, altri «yes men», non più fedeli alla Causa ma a un'altra Rivoluzione. Certo e strano. Come in 'Valzer con Bashir' (il musicista e lo stesso Max Richter) non si nomina Arafat, qui e vietato pronunciare Vietnam. Ma non partì tutto da lì?" (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 13 novembre 2009) "'La prima linea' e alla fine un lungo autodafe di Segio, ottimamente interpretato da Scamarcio. Un film sul rimorso, un 'come eravamo, depurato da qualunque nostalgia, in cui il controcanto politico e affidato al personaggio (inventato) dell'amico di Sesto San Giovanni, che ha condiviso con Segio i cortei e le ragazzate dell'adolescenza ma poi non e entrato in clandestinita; e alla bellissima scena in cui Segio va a trovare i genitori, invecchiati nel dolore e nella poverta." (Alberto Crespi, 'L'Unita', 20 novembre 2009) "La regia allinea primissimi piani, pensieri affidati alla voce fuori campo, didascalie, mentre l'interpretazione e quella di due trentenni di oggi (Giovanna Mezzogiorno e Susanna Ronconi, che Segio fece evadere), ignari delle utopie dei trentenni di ieri." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 20 novembre 2009) "Tanto rumore per nulla. Infine e stato riconosciuto l'interesse culturale di un film a lungo accusato di fare apologia del terrorismo perche incentrato sulle memorie del pluriomicida Sergio Segio. Scamarcio e la Mezzogiorno sono ritenuti troppo belli per impersonare brutti figuri, ma e stato approvato il giusto distacco di regia e sceneggiatura. Se si parlasse solo a ragion (e a pellicola) veduta, certi pareri lascerebbero il tempo che perdono. (...) Ben descritto in un film che scruta nella nostra storia recente coi modi del nostro cinema di sempre: flashback e minimalismo. E i difetti di sempre: le evasioni proprio non le sappiamo girare." (Alessio Guzzano, 'City', 20 novembre 2009) "Se si accetta di guardare questa messa in scena dell'assurdo, dell'impossibile, e non ci si concentra sui fatti, allora si può vedere il film che De Maria voleva fare, e che ha fatto. Anche bene. Non era facile, il pericolo di errore accompagna la pellicola ad ogni passo. Errore nel descrivere gli eventi, nel cedere al sentimentalismo, nell'indulgere su un occhio bagnato o su una pistola fumante. Tutto era a rischio. Perfino le facce troppo note, di Giovanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio potevano far slittare l'intera operazione verso il fotoromanzo. Ma grazie a una scrittura rigorosissima, a una scelta di ripresa drammaturgica tarata al millesimo e alla bravura, tutta lavorata sul trattenere, di Scamarcio e Mezzogiorno, il film giunge all'obiettivo. Mette in scena l'assurdo e su quello ci fa riflettere. Se invece andate in sala cercando i fatti, ne uscirete sicuramente incazzati. Potete scegliere, ricordando però che un film e la proposta di un autore, non la conferma del vostro personale immaginario." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 20 novembre 2009) "Inevitabilmente il film sfiora una certa piattezza, un distacco tra il protagonista Scamarcio ha due ruoli: fa la voce narrante con il volto immobile, e partecipa alle azioni violente o assassine. Giovanna Mezzogiorno e l'interprete molto brava della sua ragazza, la terrorista Susanna Ronconi." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 novembre 2009) "Attento al ritmo, come in un Lizzani anni '70, ai personaggi minori, ai mutamenti psicologici che la Mezzogiorno insegue con sensibilita poetica, il film e uno spaccato dell'ltalia che non si arrende, quella degli amici e parenti in dolore." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 20 novembre 2009)
Copyright © Cinematografo 2009.
'Facevamo cose da pazzi, ma non eravamo pazzi"
Così comincia il Sergio Segio di Riccardo Scamarcio quando, all'inizio del film, rimembra la sua esperienza di vita. Una vita trascorsa tra violenza e dolore, tra dubbi e amarezze, fra tragedie e infelicità, il più delle volte inflitte e non subite, in nome di un ideale tardo che tramontava invece di sorgere. Quella di Sergio Segio e di Susanna Ronconi (Giovanna Mezzogiorno) è una storia vera, intrisa di politica e di fanatismo che, si spera, faccia comprendere meglio a tutti il travaglio di un'Italia che ne ha viste davvero troppe.
Questione di punti di vista
La narrazione comincia in medias res, con Scamarcio che fissa la telecamera e racconta di sé, del suo personaggio. Segio si sposta con la mente di anno in anno, casualmente, quasi confusamente, in un flusso di coscienza che divide la trama in tre strati temporali distinti e che li fonde nuovamente, rimescolandone la cronologia. Dalla vicenda dell'arresto, del mostro dietro le sbarre, si va alla storia del giovane militante pieno d'ideali, di principi, d'idee, fino ad arrivare all'omicidio spudorato. La storia della banda armata che prese il nome di Prima Linea non è una vicenda per chi ha lo stomaco debole, né per chi si commuove facilmente. Dopo le Brigate Rosse, Prima Linea è stato uno dei più brutali gruppi terroristici d'Italia, ma la sua storia è interessante, nervosa, degna di essere raccontata; e il film di Renato de Maria riesce a farlo nel migliore dei modi. Ma a tenere incollato lo spettatore allo schermo non è tanto il comparto politicizzante del film, quanto quello umano. Alla storia di Prima Linea s'intreccia infatti quella di Sergio e Susanna, una storia d'amore tormentata dalle loro convinzioni, dalla coscienza che per un bene superiore è necessario compiere qualche scelleratezza. Il problema è quando non si riesce in nessun modo a raggiungere questo bene superiore, quando nonostante i propri sforzi quel traguardo sembra ancora lontano e nemmeno l'amore reciproco può servire a superare gli ostacoli che si frappongono al futuro desiderato.
È questo il messaggio che il film vuole trasmettere, riuscendovi appieno. Scamarcio e la Mezzogiorno rendono perfettamente l'intreccio amoroso tra i loro personaggi, mostrando ognuno il meglio delle proprie capacità recitative. Il primo riesce, con questo ruolo, a riaffermare la propria maturità, a uscire definitivamente dal baratro delle commediole giovanilistiche e a elevarsi a un rango superiore. Peccato che le enormi sopracciglia dell'attore barese debbano ancora fare molta strada per raggiungere la vetta. Il personaggio è ben reso, è vero, ma resta troppo pacato. La sua espressione non cambia nemmeno col passaggio del protagonista dagli anni della giovinezza e degli ideali a quelli della maturità e della perdita dell'innocenza. Giovanna Mezzogiorno appare invece senza pecche. Pur essendo un po' troppo matura per il suo ruolo, calza perfettamente i panni di Susanna Ronconi con la propria interpretazione. L'attricea restituisce sullo schermo una donna forte, passionale e innamorata, ma allo stesso tempo riesce a non idealizzare troppo la figura di Susanna. Non dobbiamo dimenticare che i due amanti protagonisti del film non sono eroi, tutt'altro. Sono terroristi che hanno estremizzato le proprie idee politiche sino a perdersi in un vortice di violenza da cui è quasi impossibile liberarsi. Il cast secondario funge invece allo scopo preposto, senza infamia e senza lode, fatta eccezione per l'esordiente Lino Guanciale, che riesce a toccare gli animi degli spettatori rivestendo lo struggente ma fittizio ruolo di Piero, amico intimo di Sergio, che tenterà inutilmente di fargli da grillo parlante.
Ma non è tutt'oro
Se dal punto di vista narrativo il film riesce davvero a stupire, dove cade è nel comparto prettamente tecnico. La regia di Renato de Maria riesce a sottolineare ottimamente l'azione, con un accento però più marcato verso i dialoghi, resi con maestria e oculatezza. Peccato che la fotografia e gli effetti speciali non restituiscano un'impressione altrettanto positiva. Le inquadrature sono spesso fisse, strette negli interni e troppo larghe negli esterni. Il risultato finale è che non appena ci si discosta un pochino dalla storia, il film inizia a trasmettere un senso d'ansietà, voluto ma saturato, che mostra sì il grigiore delle scene più cupe ma allo stesso tempo distrae troppo lo spettatore dal film in sé.
Alcune scene presentano inoltre scelte alquanto disdicevoli. Durante la scena dell'assalto alla prigione, per un momento si passa dalle inquadrature fisse all'utilizzo di telecamera a spalla, forse nella ricerca di quella mobilità di cui il film è sprovvisto. Peccato che il risultato sia una breve sequela di macchie mosse e indistinguibili. Nella stessa scena inoltre si nota un orrido effetto speciale in grado di rovinare, in pochi secondi, tutta la finzione scenica del film: una semplice esplosione, diciamolo, poteva essere resa molto meglio di così.
Il risultato finale è comunque ragguardevole. Il film arriva allo spettatore come una mattonata. Lo colpisce, lo lascia allibito, lo commuove e lo disgusta allo stesso tempo. Lo prende e lo butta via, lasciandogli tanti dubbi e ottimi spunti di riflessione. Fa sicuramente piacere vedere che il cinema italiano non è solo commedie e cinepanettoni, ma che è ancora in grado di regalare emozioni.
Copyright © Spaziofilm.it 2009.
