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"'La meglio gioventù' di Marco Tullio Giordana e così ambizioso e fuori misura che poteva rovinarsi con le proprie mani. Il rischio, avvertibile nella prima parte, era l'effetto-Bignami, la ricapitolazione guidata dal senno di poi, la creazione di figure-simbolo che anziche fare la Storia, ricreandola per così dire in diretta, ne erano agite. Personaggi-funzione insomma, presi in ostaggio dall'esigenza di trovare una sintesi e attraversare tutte le strettoie, inerpicarsi su tutte le vette, affrontare tutte le crisi degli ultimi quarant'anni. Per aggirare questi rischi Giordana e gli sceneggiatori Rulli e Petraglia hanno puntato con intelligenza su due opzioni di fondo. Primo: non dare spiegazioni, non cercare cause e ragioni, rifiutare l'astrazione per restare addosso ai volti, ai corpi, ai sentimenti, perche di questo sono fatte le storie con cui poi si scrive la Storia. Non chiedersi troppi perche dunque, ma precisare sempre i come. Secondo: strutturare l'intera vicenda, con tutte le sue ramificazioni, come una storia di famiglia. (...) Da una materia simile in America avrebbero tratto un musical. In Italia, patria di Verdi, non poteva essere che un melodramma. Un gran bel melodramma che ci permette di fare i conti con noi stessi (col nostro passato). E di fare la pace". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 giugno 2003) "Quello che fecero per il nostro cinema gli sceneggiatori Rodolfo Sonego con 'Una vita difficile' di Dino Risi e Age e Scarpelli con 'Ceravamo tanto amati' di Ettore Scola, hanno fatto per la nostra migliore tv Stefano Rulli e Sandro Petraglia gia una prima volta con 'La vita che verra' (1999, regia di Pasquale Pozzessere) proseguendo, oggi, cronologicamente a partire da dove quel racconto si fermava. Cioe ideare e scrivere un romanzo popolare della vita collettiva di una generazione italiana. Quella, in 'La meglio gioventù', di chi aveva vent'anni nel 1968. Con il decisivo tocco di un regista eclettico e sensibile, intelligente e appassionato. (...) Un 'bravi' generale agli interpreti con una menzione speciale per Andrea Tidona, Maya Sansa e Claudio Gioe. E la più grande soddisfazione per il respiro di un disegno che dimostra la vitalita del cinema quando sa dirci (e scommettiamo che altrettanto sapra fare Marco Bellocchio con 'Buongiorno notte' sull'assassinio di Moro?) che 'la storia siamo noi'". (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 21 giugno 2003) "Arrivare a una qualche verita attraverso il romanzo, arrivare al quadro storico attraverso le vicende private. Arrivare all'ottimismo attraverso la stoica accettazione delle tragedie e dei dolori. Questi sono gli obiettivi che di solito si pone solo la grande letteratura. Il cinema, molto meno; e la televisione, mai. Donde la lieta sorpresa de 'La meglio gioventù' di Marco Tullio Giordana, una straordinaria impresa produttiva di Angelo Barbagallo che sulla scia di 'Heimat' di Reisz sfida le abituali formule confidando nel flusso di un'appassionante materia narrativa. Tra le novita dell'operazione c'e anche quella che potremmo definire la 'separazione delle carriere' perche nei titoli Sandro Petraglia e Stefano Rulli firmano da soli il copione e Giordana la regia. Una soluzione apparentemente anti-autoriale, tale da mettere in crisi gli ortodossi della Nouvelle Vague, ma utile a dimostrare che in qualsiasi bel film c'e posto per vari autori". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 21 giugno 2003) "Direi che nel ripercorrere gli ultimi quarant'anni della storia della repubblica la cavalcata di Marco Tullio Giordana, scritta da Rulli e Petraglia, non ha l'ambizione di erigere monumenti, ma suggerisce sommessamente alcuni possibili modelli di comportamento. Sul versante pubblico con l'affermazione della solidarieta, del rispetto per il malato di mente, del bisogno di ordine e insieme di novita, della lotta contro la mafia, della voglia di viaggiare e conoscere. Quanto al privato, la trama imbastita fra agnizioni e colpi di scena che attestano negli autori una vispa furberia spettacolare (lo prendano come un complimento) non elude gli scontri con i problemi più grossi, mettendo i personaggi di fronte al dolore, alla follia, alla gestione di scelte sbagliate. La lunghezza del film serve a ricordare che la vita e lunga; e ci da il tempo per riflettere, correggerci, reinventare i rapporti, cambiare radicalmente. Tutto questo non verrebbe a galla se 'La meglio gioventù' si riconducesse a un teorema, ma per fortuna i contenuti risultano fantasiosamente avvolti nelle pieghe di una narrazione libera di andare dove vuole". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 28 giugno 2003) "La sceneggiatura di Rulli e Petraglia indovina l'idea di affidare a due fratelli, uno psichiatra più bravo con i pazienti che con i familiari, e un poliziotto incapace di trovare una soluzione al dolore che lo circonda, il compito di far avanzare la storia, affrontando i nodi della cronaca attraverso le storie personali, vissute in prima persona, mentre la regia di Giordana da forza a una galleria di volti tutti convincenti, tutti davvero bravi (e poi dicono che il cinema italiano non ha attori!). Così che alla fine si vorrebbe che la storia non finisse mai. E ci si accorge che sei ore, se appassionanti come queste, non sono tante". (Paolo Mereghetti, 'Io Donna', 28 giugno 2003) "Prendi Adriana Asti. Era una delle tante quando faceva Becky Sharp ne "La fiera della vanita", sceneggiato degli anni '60. Capita quasi per caso nella televisione di oggi e lascia senza fiato. Anacronismo meraviglioso. Arriva da un mondo di cui non si hanno più notizie. Di quando talento e applicazione erano al servizio di quell'equivoco indispensabile che e la presunzione di avere un'anima. È una faccia quella di Mario Schiano, attore per caso, un genio del sax. Facce che promettono, non importa cosa, come quella di Maya Sansa, la più interessante da anni a questa parte, o di Alessio Boni, bravissimo a ingannare il proprio destino di attore condannato a fare il bello da fotoromanzo. Piaccia o no, "La meglio gioventù" si sottrae al probabile serraglio di un palinsesto dove tutto si confonde con il contrario di tutto. Se hai scelto di vederlo, per quattro sere ti sei scordato del telecomando." (Giancarlo Dotto, L'Espesso, 31 dicembre 2003)
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