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"Altro che libertà: è un pastrocchio melodrammatico corrivo e antistorico, interpretato piattamente da Demi Moore, mediocramente da Gary Oldman, ridicolmente da Robert Duvall, che manipola l'opera di Hawthorne sino a snaturarla. Inventa un prologo realistico-psicologico, introduce guerre indiane e processi per stregoneria avvenuti decenni più tardi, adotta un linguaggio incongruo (lo stupratore esorta la sua vittima: "Rilassati, rilassati"), sceglie simboli della passione pacchiani (un uccellino rosso, una candela ardente), si rifà a idee e sentimenti "politicamente corretti" contemporanei mutando la protagonista seicentesca in un'eroina dell'indipendenza, del coraggio e del libero pensiero femminili, conclude con un lieto fine in cui la donna, il sacerdote e la loro bambina partono insieme verso l'avvenire per costruire un vero Nuovo Mondo." (La Stampa, Lietta Tornabuoni, 21/12/95)
"Guardando alla "gigantografia" suggerita da La lettera scarlatta e allestita negli studi hollywoodiani si rimane turbati dalla quantità dei materiali accumulati per "far spettacolo"; materiali che, per il loro tono vistoso, contrastano con il nucleo del romanzo di Hawthorne e con la stessa vena narrativa di Joffé. Quello che colpisce nel film è la banalizzazione della prospettiva morale che, fin qui, giustificava la struttura spettacolare delle belle riuscite del regista, da Urla del silenzio a Missione, e "salvava" il generoso La città della gioia. Joffé non è, infatti, regista volgare. Se, in questo caso, è venuto meno alla disciplina che aveva sempre saputo darsi, vuol dire che nel cinema, e in particolare nell'americano, un autore gode ormai di un ridotto spazio di manovra." (Avvenire, Francesco Bolzoni, 5/1/96)
"Ignorata la chiave melodrammatica, Joffé ha puntato ancora una volta sull'oratoria epica schierata contro l'intolleranza, il fanatismo, la bigotteria, l'imperialismo. Tutto è politicamente corretto, ma anche espressivamente tutto gonfiato, dilatato, decorato dall'esterno, rivolto in vacui effettismi spettacolari. Manca uno stile. Manca, quel che è peggio, la moralità di uno sguardo, sostituita da una griglia ideologica. Anche a livello di struttura drammaturgica, è un film con una forte muscolatura e uno scheletro fragile: s'insiste sull'accessorio e ci si sbriga in fretta sull'essenziale. Come sostenuta dall'energia incandescente del personaggio, Demi Moore, finora attrice non più che media, è la migliore del trio centrale, riuscendo a tenere in sintonia sensualità e spiritualità, con grinta e tenerezza. Un po' fuori parte, Gary Oldman se la cava col mestiere, mentre Duvall - che entra in scena tardi nel secondo tempo - si ritaglia il suo spazio con un istrionismo luciferino non sempre ben temperato. Come il solito, i contributi tecnici sono di alto livello, dalla fotografia di Alex Thompson ai costumi di Gabriella Pescucci, alle scene di Roy Walker, ma non riscattano l'incapacità del regista nel governo dello spazio e del tempo. Pensate che partito si poteva trarre dalla casa in riva all'oceano dove va ad abitare Hester, separata dalla comunità." (Il Giorno, Morando Morandini, 22/12/95)
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