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La Guerra Di Charlie Wilson Recensione

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Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-02-08 07:30:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Era davvero bella Kabul negli anni '70, il paese verde e rigoglioso, terra ambita nei secoli per posizione strategica (la famosa via all'India, Peter Hopkirk ne parla diffusamente nell'interessante Il grande gioco, facendo risalire al 1800 la rivalità anglo-russa per il controllo della zona). La festa nazionale era "la caccia agli aquiloni", quel giorno centinaia di adulti e bambini volgevano lo sguardo verso il cielo, diventato di mille colori. Poi sono arrivati i sovietici, quindi i talebani, che hanno bandito il rito come tante altre cose, e infine gli americani.La lunga zona d'ombra, che inizia subito dopo l'invasione sovietica, è il pezzo forte del ritorno alla regia di Mike Nichols: La guerra di Charlie Wilson con Tom Hanks e Julia Roberts. Siamo negli anni '80 e il texano Charlie Wilson, membro del congresso, si fa portavoce e sostenitore dell'intervento Usa in aiuto dei ribelli afghani. Uomo spregiudicato, senza ideali né pretese, incomincia a interessarsi al caso mentre sniffa e beve wisky in una jacuzzi di Las Vegas. Non è una missione la sua, deputato che nel suo staff ha solo belle ragazze (il suo motto è: puoi imparare a battere a macchina ma non a farti crescere le tette), lo diventa però grazie all'intervento di una ricca e fanatica texana (la Roberts), e un agente segreto greco-americano (grande Philip Seymuor Hoffman). Attraverso la CIA, Wilson raddoppia il budget iniziale, che passa da 5 milioni a 10 milioni di dollari, per arrivare, con l'aiuto di Israele, Egitto, Pakistan e Arabia Saudita, alla cifra epocale di 1 miliardo (metà americana, metà saudita) per addestrare ed equipaggiare i mujahidin. Missili e armi all'avanguardia costringono alla resa e al ritiro i sovietici, intanto però l'Afghanistan è distrutto e il movimento talebano cresce esponenzialmente. Al Congresso però non interessa più spendere neanche un milione di dollari per ricostruire le scuole. Lo sguardo è impietoso, i dialoghi corrosivi e la macchina governativa americana una macchietta. Quando l'assistente di Wilson chiede se Kabul sia in Uzbekistan, viene in mente Barack Obama che in uno dei suoi discorsi ha citato il presidente del Canada.

Copyright © Cinematografo 2008.

Film
La guerra di Charlie Wilson
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-02-08 11:00:48
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Invisible war

Una guerra invisibile, condotta in prima linea dal deputato di Houston Charlie Wilson (Tom Hanks), libera l'Afghanistan dall'oppressione sovietica. Siamo negli anni Ottanta e Charlie Wilson si considera un condottiero servitore delle giuste cause, ha un forte sentimento patriottico e una profonda compassione per i più sfortunati; ma apprezza anche la bella vita e le belle donne.

Coadiuvato dal coraggioso e spavaldo agente della CIA Gust Avrakotos (Philip Seymour Hoffman) e dalla bellissima Joanne Herring (Julia Roberts), riuscirà - grazie a una forte influenza politica - a rifornire i Mujahideen afghani di armi e speranze. Charlie, Joanne e Gust attraversano così il mondo per creare un'improbabile alleanza fra pakistani, israeliani, egiziani e alcuni legislatori.

Nel corso dei nove anni di occupazione dell'Afghanistan, gli Stati Uniti finanziarono manovre segrete contro i Sovietici spendendo fino a 1 miliardo di dollari annui (contro i 5 milioni stanziati inizialmente).

Political comedy

La guerra di Charlie Wilson è un film inatteso. Tratto dall'omonimo libro di George Crile, Charlie Wilson's War (reperibile in Italia con il titolo Il nemico del mio nemico) è un dramma politico imbevuto di pungente ironia. Le battute verbali sovrastano e scompongono le stesse fondamenta della pellicola tanto da farla diventare una commedia a tutto tondo. Il divario fra il dramma politico/storico e la comicità dei personaggi viene sfumato dalla brillante prova del cast attoriale: Tom Hanks riesce finalmente a far dimenticare l'opaco Dr. Robert Langdon de Il Codice da Vinci, Julia Roberts si interpreta di un carattere poco avvezzo al suo stile ma perfettamente aderente all'astuta e arcigna Joanne Herring filmica, mentre Philip Seymour Hoffman non fa che confermare la sua incredibile bravura dopo lo slancio qualitativo avvenuto con Capote. Mike Nichols (Il Laureato, Closer) dirige, attraverso una campagna di farsa propagandista, una storia contemporanea realmente accaduta. E' il ritmo di presa in giro, misto alla pressante verve comica pennellata dalla meritevole sceneggiatura di Aaron Sorkin, a rendere il film un ottimo esempio di cinema di qualità. Si tratta senz'altro di un film atipico: consapevole del valore dell'opera originale e altrettanto conoscitore del potere coinvolgente del mezzo cinematografico. Più valevole della prova di Robert Redford con il suo Leoni per Agnelli, parodisticamente più divertente di qualsiasi altra commedia americana in circolazione.

Da vedere.

Citazioni

- "Perché l'ufficio del Sig. Wilson è circondato solo da belle donne?"

- "Perché puoi insegnare loro a battere a macchina ma non a farle crescere le tette"

Copyright © Spaziofilm.it 2008.

Film
La Guerra Di Charlie Wilson
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-02-23 04:02:32
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Nel film i protagonisti Wilson, Herring e Avrakotos sono incarnati, mantenendo i nomi e i cognomi veri, da Hanks, Julia Roberts e Philip Seymour Hoffman. Questi tre ce la mettono tutta per sbrogliarsi attraverso dialoghi verbosissimi e lanciati a doppia velocità. Purtroppo i rapporti interpersonali non emergono abbastanza e se la Roberts si ritrova fra le mani una mezza tinca anche all'eclettico Hoffman il copione non fornisce le occasioni che ha Hanks, puttaniere redento." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 8 febbraio 2008) "Si capisce che l'insolito triangolo abbia attirato un cineasta della commedia sofisticata come Mike Nichols, il quale però non sempre è riuscito a equilibrare i toni di commedia con la gravità del tema. Resta nel finale l'amara ironia su un'America che, vinta la partita al costo di un miliardo di dollari, rifiuta un misero milione per aprire scuole alternative e contrastare la propaganda talebana." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 8 febbraio 2008) "Quasi ottantenne Nichols ritrova il brio di 'Comma 22' girando un film di quelli che erano normali negli anni Settanta, quando non era strano che un soggetto verosimile, sostenuto da una sceneggiatura smagliante, trovasse i soldi per diventare un film per cittadini, non per consumatori. (...) Nichols non chiude il film con la churchilliana constatazione 'd'aver ucciso il porco sbagliato' perché era evidente ancor prima dell'11 settembre 2001." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 8 febbraio 2008) "Ciò che rende ''La guerra di Charlie Wilson' un film da non perdere, a parte la recitazione, il fuoco di fila di battute spassose e gli ottimi dialoghi, è la franchezza nel raccontare le responsabilità del governo statunitense nell'armare e addestrare popolazioni a destra e a manca, senza poi curarsi di ciò che, una volta terminata l'emergenza filoamericana, succederà a quel paese e a quelle milizie armate. Addirittura Nichols fa fare ai suoi personaggi un salto filosofico, proponendo a Charlie la parabola zen secondo cui anche le migliori intenzioni possono avere esiti imprevedibili:" (Paola Casella, 'Europa', 8 febbraio 2008) "Tom Hanks come Nanni Moretti. Ha deciso di mostrare il sedere. A posteriori, il posteriore di Hanks è l'elemento più provocatorio de 'La guerra di Charlie Wilson' di Mike Nichols. (...) Doveva essere una satira al vetriolo e invece domina la carezza. Charlie Wilson è un boy scout che sbevazza (ecco perché il timorato Hanks accetta il ruolo), le scene di guerra sono più ingombranti dei retroscena politici e ogni personaggio, anche il più laido, è reso bellissimo dalla cinepresa del vecchio maestro Nichols, più accondiscendente oggi che ai tempi di 'Comma 22'. Una guerra con il whiskey al posto del sangue." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 8 febbraio 2008) "Personaggi un po' troppo macchietta, anche se il dubbio che davvero fossero così un po' rimane, e allora emerge in tutta la sua prepotenza l'interpretazione marginale di Philip Seymour Hoffman come agente Cia. Forse è proprio lo spirito di fondo democratico del film il suo limite maggiore di fronte a una storia, a suo modo, invece straordinaria." (Antonello Batacchio, 'Il Manifesto', 8 febbraio 2008)

Copyright © Cinematografo 2008.


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