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La Duchessa Di Langeais Recensione

"La Duchessa di Langeais" recensioni

Scheda Film
La Duchessa di Langeais
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-07-13 14:00:17
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Un amore mai consumato

Da cinque anni, ormai, il generale Armand de Montriveau setaccia i conventi di mezzo mondo alla ricerca di una donna, Antoinette de Navarreins, la duchessa di Langeais. Giunto su un'isola spagnola per ristabilire l'autorità di Ferdinando VII – siamo in piena Restaurazione – Armand ritrova finalmente la sua amata presso le Carmelitane Scalze, e in via del tutto eccezionale ottiene d'incontrarla; ma qual è la loro storia? Perché la donna si è rinchiusa in convento? Con un balzo temporale, scopriamo che i due si sono conosciuti a Parigi cinque anni prima, quando la duchessa si trovava ancora immersa nelle gioie della mondanità: una sera, affascinata dalla cupezza e dal passato avventuroso di Armand, aveva deciso di intraprendere con lui un'amicizia molto stretta che, con il trascorrere delle settimane, sarebbe sfociata in un amore represso e ambiguo. Ma in seguito alle ritrosie di Antoinette, Armand aveva troncato il rapporto, e la donna, pentita, si sarebbe poi presentata a lui con un doloroso ultimatum…

La stretta soffocante delle convenzioni

Partendo dall'idea di un film che contrapponesse fra loro Jeanne Balibar e Guillame Depardieu, Jacques Rivette ha adattato il romanzo Nes touchez pas la hache (La Duchessa di Langeais, in Italia) di Honoré de Balzac. Una storia che, per citare il regista, 'è emblematica degli errori commessi da quel piccolo clan del faubourg Saint-Germain in quel momento preciso della Restaurazione”: un periodo, si potrebbe aggiungere, dominato da rigide convenzioni e da valori quali il potere e l'esteriorità, fondamenta molto fragili e, già nella relazione fra la duchessa e Armand, traballanti. In tale rapporto – tormentato per lui e giocoso per lei – effettivamente si rispecchia tutta l'ipocrisia di una società preoccupata di salvaguardare le apparenze, ma disposta ad accettare e assecondare sottobanco ogni capriccio, ogni sopruso, ogni atto di prevaricazione, anche il più ignobile. E non è certo un caso che il film sia girato quasi esclusivamente in interni: ornate di decorazioni preziose e di specchi che, invece di 'sfondare” le pareti, si limitano ad affermare ulteriormente il valore dell'esteriorità, le ambientazioni dell'alta società parigina opprimono e soffocano con le loro luci scarse, tenui e mai naturali, costituendosi al pari di prigioni dorate – simbolo di convenzioni altrettanto soffocanti – in cui i personaggi si rinchiudono come in un mondo a sé stante. Ma un mondo simile non permette di amarsi con serenità, e le pulsioni non troveranno mai sfogo.

Scandito da didascalie che dipanano la storia come farebbe un narratore letterario (soluzione un po' semplice e invasiva, a dire il vero), La duchessa di Langeais soffre forse di una eccessiva cerebralità, è un film costruito impiegando la testa più che le viscere, la razionalità più che la passione. Non c'è reale trasporto nel raccontare la storia di Armand e Antoinette, e l'abile messa in scena del regista, fatta di campi totali e raffinati piani sequenza, di certo non stimola l'empatia: ma era probabilmente questa l'intenzione di Rivette, che sottolinea la rigidità delle convenzioni dell'epoca con un film controllato e (per l'appunto) sin troppo convenzionale.

Copyright © Spaziofilm.it 2007.

Scheda Film
La Duchessa Di Langeais
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-10-04 04:02:51
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Jacques Rivette ha presentato in concorso un film teatrale, sulle orme di Rohmer: 'Ne touchez pas la hache', tratto da Balzac, lo scrittore preferito dalla nouvelle vague. La costruzione evoca quella della Nobildonna e il duca, ma vent'anni dopo: un ex generale napoleonico (Guillaume Depardieu) s'innamora di una duchessa maritata (Jeanne Balibar), la corteggia a lungo, poi si stufa; allora lei corteggia lui, invano. Dopo anni, lui ci ripensa, ma lei ha sposato Cristo... Tutto ciò in due ore e un quarto, quasi tutte di dialoghi da camera. Così la fine non ha visto più in sala la maggior parte di chi era entrato." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 16 febbraio 2007) "Rivette e i suoi sceneggiatori tengono a proclamare la loro fedeltà al testo, ma si tratta di un atteggiamento più formale che sostanziale. Perché se la vicenda è rispecchiata perfettamente nella sua tripartizione (un prologo, un antecedente e un epilogo), con un'ambientazione suggestiva per ciò che riguarda il monastero dell'isola, le motivazioni dei personaggi risultano schematiche e quando entrano in scena i misteriosi 13 non si sa chi sono. Sulla durata di oltre due ore, i tira e molla di Armand e Antoinette risultano stucchevoli fra un continuo tintinnio di campanelli per chiamare la servitù, l'accensione o spegnimento dei candelabri, il fuoco da ravvivare nel caminetto, le visite annunciate con sussiego. Né bastano a riaccendere l'interesse le pregevoli partecipazioni di Bulle Ogier, Michel Piccoli e Remo Girone. Il tutto in una cornice post-viscontiana estetizzante e priva di nerbo. Della carne e del sangue di cui si nutre il romanzo, nelle raffinate immagini di William Lubtchansky resta ben poco; e Jacques Rivette rischia di venir ricordato come l'anestetizzatore di Balzac." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 11 luglio 2007) "Una rivisitazione quasi alla lettera, anche negli splendidi dialoghi, nello stesso tempo, però, totalmente creativa, all'insegna di quel cinema di cui, in Francia, Rivette è uno degli esempi maggiori. (...) Ricostruendo l'epoca con immagini e costumi preziosissimi, graduando gli incontri e gli scontri con fine ed elegante dinamismo e facendoli sostenere da battute di dialogo che, nella versione originale, erano un gioiello purissimo, senza mai una ridondanza, anzi, pur nella loro distanza d'epoca, sempre asciutti e «parlati». Un film alto, di rigore assoluto. I protagonisti, Jeanne Balibar e Guillaume Depardieu, non hanno molti carismi, ma basta ascoltarli per esserne conquistati." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 12 luglio 2007) "Giurando fedeltà allo scrittore, il cineasta Jacques Rivette e gli sceneggiatori Pascal Bonitzer e Christine Laurent hanno compresso per il grande schermo la storia della nobildonna sposata Antoniette de Navarreins che vive frivola di sguardi e adulazioni maschili ai frequenti balli parigini, dove nota il giovane e glorioso comandante napoleonico Armand De Montriveau. (...) Rivette passa in crescendo dal tocco ironico alla tragedia di un ingovernabile, folle, impossibile amore con una esatta calligrafia di indugianti piani-sequenza, didascalie, poche unità di luogo. A completare la cornice, conversazioni scandite dal pendolo, luce di sole e candele, cigolii di parquet e fruscio di seta e velluti, odore di guanti e sigari sulle tracce del desiderio. Generalmente gli artisti invecchiando perdono smalto, nel caso del maestro francese invece lo struggimento sentimentale si fa poema." (Federico Raponi, 'Liberazione', 13 luglio 2007) "Il venerabile Jacques Rivette ha scelto l'episodio 'La duchessa di Langeais', proprio il meno avvincente dei tre che compongono 'La storia dei Tredici' (gli altri s'intitolano 'Ferragus' e 'La fanciulla dagli occhi d'oro'): ne risulta un film troppo fedele alle digressioni psicologiche e saggistiche dell'originale e troppo infedele nel tono di sceneggiatura marchiato a fuoco dal tipico intellettualismo cinéfilo-parigino. (...) Guillaume Depardieu entra di forza nel ruolo del protagonista, anche perché la sua menomazione fisica rende credibile il penoso deambulare di un reduce di mille battaglie; mentre Jeanne Balibar, ovviamente osannata in ambito patriottico, si esibisce in una pantomima da diva del muto poco meno che ridicola. La cornice appropriata, la buona volontà dei comprimari (tra cui l'ottimo Remo Girone) e l'elegante fotografia sono all'altezza del carisma di Rivette; ma, che gli dèi del cinema lo perdonino, è inaudito il modo in cui fa diventare stucchevole e noioso un feuilletonista nato come l'impareggiabile Honoré." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 14 luglio 2007)

Copyright © Cinematografo 2007.



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