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"Difficilmente si sopporterebbe da un altro regista lo stesso ritorno al rigoroso leit motiv autobiografico che Woody Allen propone ormai con cadenza stagionale. Mighty Aphrodite, in effetti, è soprattutto il nuovo round del suo interminabile match con i complicati quiz erotici per borghesia bianca più o meno intellettuale ambientati tra le nevrosi e i grattacieli di Manhattan. Il piccolo ma squisito miracolo cinematografico si rinnova ed il pubblico potrà goderne come sempre, interrogandosi (al massimo) sul posto da assegnargli in graduatoria di merito tra Pallottole su Broadway e Misterioso omicidio a Manhattan. (Valerio Caprara,"Rivista del Cinematografo")
"Come tutti i film di Woody anche La dea dell'amore è da vedere, certo non da raccontare, animato dai dialoghi spiritosi fatti questa volta anche di brutte parole, dai guizzi del destino, dalle situazioni paradossali. Come quella del primo incontro della pornodiva con lui nella veste di sedicente esperto di amori mercenari, o quando Woody tenta invano di combinare il matrimonio di Mira con un pugile suonato:"Mica t'avevo detto che era vergine"."Ma non a quel punto", obietta il pugile non tanto suonato. Il coro greco guidato da Murray Abraham, che strada facendo si è trasformato in un frenetico balletto, continua a invitare a non prendere come una tragedia i doni della vita, i personaggi ne seguono le imbeccate, e la commedia, senza essere un capolavoro, si muove agilmente, spiritosa e anche seria nel mostrare l'alienazione femminile prodotta dal commercio del proprio corpo".
[..] "Giornale", Alfio Cantelli, 28/1/96)
"Felicissima nelle invenzioni, questa commedia brillante intreccia sorridendo annotazioni buffe e constatazioni a dir poco drammatiche. Il tutto risolto nel gusto del paradosso, in quel mutar di segno a convinzioni che vengono da lontano, da molto lontano, che è la cifra dell'imparreggiabile Woody Allen". ("Avvenire", Francesco Bolzoni, 28/1/96)
[..] decisamente il film più comico che Woody abbia scritto e diretto da vari anni, contiene un sottotesto inaspettato e curioso che lo stacca decisamente da alcuni precedenti film "seri" come Crimini e misfatti e in generale tutti quei titoli con i quali Woody ha tentato di depistarci, facendoci credere di amare più Bergman e Dreyer che il baseball e i grattacieli di Manhattan. Partiamo, quindi, [..] da questo sottotesto che ci consentirà, per le prossime dieci righe, di scrivere qualcosa di diverso dalle recensioni degli anni scorsi. Il sottotesto è il Coro: un Coro da tragedia greca - le famose sequenze girate nel teatro di Taormina - che, proprio come ai tempi di Eschilo, commenta l'azione dei personaggi, che però agiscono nella New York nevrotizzata di oggi. Detta così, potrebbe sembrare una cosa seriosa e intellettuale: invece il Coro di Woody è una buffonata, tenuta sul filo di rasoio (siamo sicurissimi che qualunque altro regista ne avrebbe fatto la scemenza del secolo) grazie a un umorismo a prova di bomba, e risolto, alla fine, in una sequenza che è la chiave del film, ma anche - tenetevi forte! - di tutto il cinema "alleniano". Parliamo della scena in cui il Coro, ormai semi-brillo, si mette a ballare e canticchiare in purissimo stile Broadway. Eccola, la prova provata: Woody Allen è un uomo colto, un grande intellettuale, un ebreo che ha frequentato Freud e conosce Marx (Karl, non Groucho), un cinefilo che adora Bergman e Fellini, ma è prima di tutto un uomo di spettacolo americano le cui radici sono lì sui palcoscenici di Broadway". ("L'Unità", Alberto Crespi, 28/1/96).
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