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"Clara Law riesce ad estrarre dal suo copione qualche emozione. Ma è la ricerca dell'invenzione sorprendente, il bisogno di stravaganza ad ogni costo che raggela il film in una specie di manifesto del mélo postmoderno. E la vetta dell'imbarazzo la si raggiunge quando, in una specie di caverna, la povera protagonista ritrova, travestito da abate Faria, l'uomo che le ha fatto così male. Peccato: si sente il bisogno, per citare il titolo della Biennale Architettura, di 'less aesthetics and more ethics'". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 4 settembre 2000)
" Il film ha immagini abbaglianti e ritmo a strappi, ora sospeso, ora accelerato. Clara Law ci porta su un pianeta alieno. Il suo vero 'Mission to Mars' australiano di fine millennio" (Alberto Crespi, 'Film Tv', 25 febbraio 2001).
"La regista Clara Law mette in scena un mélo postmodernista all'incrocio tra continenti, culture, storie personali che non si nega alcuna stravaganza. L'effetto che produce su alcuni è quello di un oggetto pretenzioso e piuttosto deprimente. Altri, all'opposto, ne apprezzano il modo di raccontare: frammentato e centrato su immagini di grande effetto emotivo". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica, 25 febbraio 2001)
"Peccato per la storia d'incesto della seconda parte, ridondante e mal congegnata. Ma i colori acidi o pastello, le immagini denaturate, gli scorci di Tokio o di deserto filmati con occhio davvero unico da Dion Beebe, operatore anche di Jane Campion, restano un prodigio visivo". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 febbraio 2001)
"Clara Law, la regista di 47 anni nata a Macao e cresciuta ad Hong Kong, è straordinariamente brava. (...) E' perfetto lo stile del racconto, non fluido ma frammentato in attimi esemplari, non cronologico ma sussultante nel tempo. Anche se nel film non mancano lungaggini, salti logici, un finale sciagurato, persino gli incesti padre-figlia e nonno-nipote esprimono una sofferenza stoica senza volgarità, senza ambiguità". (Lietta Tornabuoni, 'La stampa', 17 febbraio 2001)
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