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La Città Proibita Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-05-25 10:43:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Un epico racconto cinese, una shakespeariana tragedia in terra mandarina, nei tempi ultimi e insanguinati della dinastia Tang (siamo nel IX secolo dell'era moderna), un film di colori sgargianti, di grandi tragedie, di cuori trafitti e di implacabili rituali: Zhang Yimou prorompe vigoroso nel dramma intimistico, nell'estetica roboante plasmata per raccontare la dissoluzione di una famiglia imperiale, chiusa nel palazzo di morte (il più grande set cinematografico mai costruito in Cina), sede esplosiva di ricatti e intrighi, amori illeciti, violenze e veleni, lacrime e sangue, annunciati nel trascorrere delle ore da invisibili servi. Imperatore e Imperatrice si sfidano al vertice: Chow Yun Fat e Gong Li, di straordinaria recitazione, di subdolo fascino ed eterea bellezza, affrontandosi nel torbido delle passioni. Lui che lentamente avvelena lei, etica del maschio dominatore (sono le parole del regista) che si impone inesorabile sull’universo femminile; lei incestuosa e vendicativa, con alcune memorabili scene. Ai diversi livelli, le tragedie si moltiplicano: tre figli (ricordate Re Lear?), tra i quali la pop star taiwanese Jay Chou, che lottano per la sopravvivenza, il piacere e il potere, il dottore imperiale e la figlia che celano segreti, eserciti fidati e ribelli da una parte e dall'altra, tutti d'oro oppure tutti neri, per una spettacolare battaglia finale nella gran notte sacra del Crisantemo. Sicari che volano come pipistrelli o strisciano nel buio di corridoi silenti. Battaglia finale su uno sterminato mare di crisantemi gialli, che riflettono la ricchezza e l'oro delle colonne del palazzo, striato dalle lampade rosse e dal sangue dei perdenti. Uno spettacolare caleidoscopio di canti, di suoni, di rumori guerreschi, di passioni celate e amori pubblici: il grande regista cinese si cimenta in un gioco di raffinati equilibri tra particolari e magniloquenza, penetrando nei saloni scintillanti, nelle cucine vaporose, nelle alcove peccaminose e nei cortili immensi, proiettandoci al centro di scontri che diventano danze, scatenamento di energie guerresche con macchine e alabarde, lance e spade, oppure rimpicciolendo lo sguardo sulle magnifiche labbra di Gong Li o i suoi terrei occhi vicini alla morte. Spettacolare e intimistico, appassionante e sontuoso. Tutti, poi, ricoperti d'oro e di sete, elegante testimonianza di armonia e di cromatica magnificenza, riverberate nelle musiche di corte e nel clangore delle armi.

Copyright © Cinematografo 2007.

Scheda Film
La Città Proibita
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-06-12 04:00:59
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Zhang Yimou, 56 anni, bravissimo, il regista che nel 1991 fece conoscere in Occidente con 'Lanterne rosse' l'incanto del cinema cinese, dirige due tipi di film. Quelli per i cinesi raccontano la realtà attuale del paese; quelli per il resto del mondo sono storici, ricchi dello splendore del passato o della velocità dell'azione. 'La città proibita' appartiene al secondo tipo, ed è affascinante." (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 24 maggio 2007) "Insieme con lo sfarzo, il numero: le danzatrici di Corte diventano centinaia, gli eserciti sono sterminati grazie all'elettronica. Molto bello. Persino troppo. Ma il film affascina coi suoi contrasti (ricchezza e crudeltà, eleganza e morte), come un'avventura vertiginosa.." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 25 maggio 2007) "Il film è troppo fiero della propria bellezza e lontanissimo dai problemi della nuova Cina raccontati, per esempio, dall'asciutto 'Still Life', Leone d'oro a Venezia. Ma per lo spettatore resta un imperdibile viaggio nella meraviglia." (Piera Detassis, 'Panorama', 31 maggio 2007) "Spacciato dalla pubblicità italiana per un film dalla parte dell'imperatrice (Gong Li), 'La Città Proibita' di Zhang Yimou è, al contrario, dalla parte dell'imperatore (Chow Yun-Fat). Come in 'Hero' e nella 'Foresta dei pugnali volanti' - metafore del potere in forma di wuxiapian, film sulle arti marziali -, Zhang Yimou evoca l'essenza della sovranità e il prezzo che comporta per chi la raggiunge. Per concluderne che esso va pagato. (...) La prima parte del film è dalla loro angolazione, ma la seconda ne distrugge le illusioni. I buoni sono tali solo perché impotenti e la potenza sovrana vigila perché non possano diventare cattivi. Si noti come fantasia e realtà qui in parte coincidano: il ruolo dell'imperatrice è andato alla sua compagna di lavoro e di vita, che l'aveva tradito e che lui aveva allontanato dieci anni fa, ma senza avvelenarla. La clemenza ha i suoi vantaggi." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 25 maggio 2007) "Il cinema di Zhang Yimou ha due anime, quella realistica e intimista, che lo ha visto imporsi con film quali 'La storia di Qiu Ju', 'Non uno di meno', 'La strada verso casa' e, appena ieri, con 'Mille miglia lontano', e quella epica, colorata, sontuosa che, dopo lo splendido 'Lanterne rosse', l'ha portato addirittura a cimentarsi con il kolossal in due film piuttosto recenti, 'La foresta dei pugnali volanti' e 'Hero'. Oggi torna decisamente a quelle cifre puntando anche più sul sontuoso e portando il kolossal a dimensioni cui ancora non era giunto il cinema cinese. La storia che ha scelto, del resto, si prestava a questo ritorno anche più degli altri due suoi film perché sembrerebbe rubata a Shakespeare e a certi grandi film di Kurosawa. (...) Scenografie maestose, costumi preziosissimi in cui l'oro e l'argento abbondano, una fotografia, con o senza la computer grafica, prodiga di effetti coinvolgenti, delle musiche traboccanti di cori ieratici e solenni, non lesinando neanche i simboli: dai crisantemi, cui tutto fa riferimento, ai movimenti di massa dei guerrieri assalitori, sempre neri e senza volto, pur fra tanto oro. Nello stesso clima gli interpreti. Vi dominano in mezzo, Gong Li, tornata, dopo undici anni a lavorare con Zhang Yimou, devastata, cruda, addirittura tragica, e il divo di Hong Kong Chow Yun Fat, un Imperatore truce che privilegia l'ambiguo." (Gian Luigi Rossi, 'Il Tempo', 24 maggio 2007) "C'è il teatro tragico shakespeariano, ma c'è anche il cinema di Kurosawa, al quale il drammaturgo inglese non era certo estraneo, nell'ultimo, fastoso film di Zhang Yimou, La città proibita. Il regista cinese continua a seguire con ispirazione il filone epico già sperimentato con gli acclamati La foresta dei pugnali volanti e con Hero. Ma in quest'ultimo film l'attenzione all'ambientazione storica e alle scenografie - esaltate dalla fotografia - ne fa un kolossal di portata nettamente superiore. (...) Il film è di una magnificenza al limite dello stordimento, ambientato in gran parte all'interno di un palazzo imperiale ornato di ori, marmi, sete e drappeggi preziosi, in un tripudio di colori e di effetti speciali. Qui si ordiscono trame, si custodiscono segreti indicibili, si vivono passioni più o meno torbide, si consumano tradimenti e vendette, in un sapiente intreccio narrativo che miscela con equilibrio dimensione intima, sontuosità estetica e azione superbamente inverosimile. Gli attori, Gong Li in testa, disegnano personaggi degni di tanta raffinata cornice. Personaggi tra i quali peraltro è difficile distinguere fino in fondo i buoni dai cattivi, impegnati come sono in un'egoistica lotta alimentata da risentimenti e sete di potere. Siamo distanti anni luce dal realismo estremo di altri cineasti cinesi contemporanei puntati sull'oggi (vedi 'Still life'). Qui il regista - con evidente compiacimento - sposta l'attenzione sui fasti del passato. Il risultato è notevole, con lo spettatore catturato e affascinato da un film che è in primo luogo esperienza visiva, anche se un po' di tensione drammatica in più avrebbe reso l'intrigante storia ancor più coinvolgente. (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano, 8-9 giugno 2007)

Copyright © Cinematografo 2007.



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