"In fondo l'immensa montagna di problemi storici, estetici, sociologici posti da 'La caduta', si riduce a una piccola, gigantesca domanda: si possono rappresentare gli ultimi giorni di Hitler nei modi standard di un qualsiasi film commerciale, anzi di una fiction tv? Si può sdoganare l'orrore normalizzandolo al punto di non poterlo distinguere, sullo schermo, da uno dei tanti 'Gli ultimi giorni di...' girati in cent'anni di cinema. Come se le ferite non fossero ancora aperte, come se Hitler riassumesse da solo il fenomeno nazista, e bastasse rappresentarlo comechessia per esorcizzarlo e liberarsi del famoso 'passato che non passa'? No che non si può, naturalmente. Anzi, il tutto puzza di banalizzazione lontano un miglio. Perché al cinema è tutta questione di sguardo dunque di distanza, la distanza fra il racconto e chi racconta. E con una materia simile non trovare la distanza, il tono, l'idea di regia adeguata, equivale a bruciarsi. 'La caduta' non è un film mancato o mal fatto. E' un non-film. E' la celebrazione dell'idea, perniciosa, che basta trovare un soggetto e qui, accidenti che soggetto! perché il film venga per così dire da sé. Così, alla mancanza di un punto di vista che non sia quello fintamente neutro dello storico, corrisponde l'assenza di un punto di vista interno al racconto. Sembra che a guidarci in quest'orgia di morte sia Traudl Junge, la segretaria dell'inizio. Ma è un trucco. Mostrare solo quanto la Junge poté vedere e capire sarebbe stata un'idea. Il film invece ha mille occhi e mille orecchie. Entra ed esce dal bunker. Registra gli intrighi dei fedelissimi; il suicidio dei Goebbels con i loro bambini; la follia del Führer, indiscutibile star del film; lo sgomento di Speer, l'unico a fare qualcosa per la Germania, in quel momento. Ma anche l'agonia di Berlino, insinuando l'equazione tedeschi = vittime del Terzo Reich. Insomma è la Storia spiata dal buco della serratura, punto di vista domestico che appartiene per definizione alla (cattiva) tv, non al cinema. Eppure così vanno le cose oggi. Per questo 'La caduta' non è solo il sintomo di un'idea distorta della divulgazione storica, ma di una malattia che affligge l'intera costellazione dei media." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 aprile 2005)
"Quando si affrontano operazioni che mirano a rileggere la Storia, c'è sempre il rischio di puntare sulla somiglianza fisica dell'attore. Se, poi, il personaggio in questione si chiama Hitler, tradimento e mistificazione sono in agguato. Solo un attore straordinario come Bruno Ganz poteva garantire la giusta adesione psicofisica al Fuhrer e risolvere il problema di renderlo credibile ma al tempo stesso di comunicare brechtianamente la distanza politica da lui. (...) Attraverso lo sguardo e la voce narrante della segretaria (morta nel 2002) che ha raccolto le sue memorie, Hirschbiegel, autore della serie televisiva di successo, si concentra con un impianto teatrale e claustrofobico sugli ultimi giorni di Hitler per indagare nel privato, per rendere tangibile la sua lucida follia mentre si dissolve il Terzo Reich. E l'Hitler di Ganz con i suoi baffetti ispidi e curati, il suo portamento fiero, i suoi modi gentili, cordiali e premurosi, il tono della voce mellifluo, entra di diritto nella storia delle grandi reinterpretazioni creative." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 30 aprile 2005)
"Passato dalla stirpe canina del 'Commissario Rex' a quella assassina di Hitler, il regista Hirschbiegel ne inscena gli ultimi claustrofobici giorni nel bunker, come fece anni fa De Concini con 'Guinness'. Niente paura, Wenders: il grande dittatore non ha trattamenti di privilegio morale, solo si evita di mostrarlo cadavere. Certo, con il crollo, diventa uomo, e Bruno Ganz, il jolly del film, gli regala ottimi soprassalti, scatti di nevrosi, suoni aguzzi di voce, diabolico cartoon assassino: un finale elisabettiano con omicidi d'infanti. Tutto sottoterra: sopra, Berlino brucia. Un utile sceneggiato espanso di cui il pubblico tedesco non dovrebbe aver paura, ispirato a mezzo servizio ai diari di una segretaria e a uno storico stimato come Joachim Fest." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 maggio 2005)
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