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"(...) Accennare al resto rovinerebbe il piacere di questo film dagli echi biblici magnificamente costruito, diretto e interpretato. Se il primo script di Milo Addica, 'Monster's Ball', peccava per eccesso di informazioni, di enfasi e di marchingegni narrativi, in 'The King' il giovane sceneggiatore americano e il regista inglese James Marsh mettono a punto un congegno spietato e impeccabile. Non è ciò che accade, prevedibile col senno di poi, a catturarci. E' il modo in cui il film testimonia, impassibile, il lento addensarsi della tragedia, spiandola sui volti di quel ragazzo che cerca un padre e di quel padre che crede di aver trovato il Padreterno. Fra le righe infatti 'The King' parla dell'America profonda, delle sette religiose, dell'isolamento (o isolazionismo) culturale, dei neofondamentalisti anti-Darwin. Ma lo fa senza parere, stando addosso ai suoi personaggi disegnati con stile opposto e pari maestria dal giovane e impassibile Garcìa Bernal, uno di quegli attori che non esprime ma riflette il mondo, come una superficie tirata a lucido, e da un immenso William Hurt, che invece regala al suo pastore autentici prodigi di finezza." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 novembre 2005)
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