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"Dopo tanti film ovvi o consolatori, eccone uno che prende di petto proprio il soggetto: 'Kippur'. Non era facile dire qualcosa di nuovo sulla guerra. Fedele al proprio cinema di tempi lunghi e rivelatori, perché nulla resta ciò che sembra a condizione di guardarlo abbastanza da vicino. Amos Gitai dilata le zone morte, le attese, il senso di caos". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 ottobre 2000)
"Aiutato dalle musiche di Garbarek, Amos dilata con forza ogni azione e riprende i volti compressi dalla paura che aspettano l'inizio di una nuova missione riposando piegati su se stessi, impegnandosi in discussioni astratte e lontanissime dal caos per ammazzare il tempo. E' l'opera più diretta ed accessibile e meno cerebrale del regista israeliano, che racconta la causalità del terrore che unisce civili e soldati addizionandoli nell'angoscia della perdita e diventa palcoscenico universale, senza sipario, del dolore; un soffocante e brutale assedio dell'animo, che travolge ogni equilibrio di razionalità e trascina nell'oblio i suoni della giovinezza mentre pallottole e bombe costruiscono una dimensione onirica color rosso-sangue". (Domenico Barone, 'Vivilcinema', luglio/agosto 2000)
"Scarno quasi più di un documentario, forte e violento come i kolossal di Spielberg e Coppola, segue in modo ripetitivo , ipnotico i due volontari di un'unità che in elicottero salgono e scendono sui campi di battaglia a recuperare feriti. Senza mai mostrare scontri o nemici, ci fa affondare in quel fango, assorbire l'orrore, l'assurdità della guerra." (Liana Messina, D, 24 ottobre 2000).
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