Vuoi le news di Yahoo! Entertainment sul tuo cellulare? Clicca qui
Il successore della divina scuola di Hokuto
In un'epoca devastata dalle guerre e dalla violenza, Kenshiro, ultimo discendente di un'antica e potentissima scuola di arti marziali, combatte per far trionfare la giustizia e per impedire al malvagio Sauzer di dominare il mondo.
Deviazioni e nostalgie
Di fronte a Ken il guerriero – La leggenda di Hokuto, la prima sensazione che si prova è un leggero imbarazzo. Siamo cresciuti, noi figli degli anni Ottanta, e sono passati i tempi in cui cercavamo ostinatamente Kenshiro sulle più improbabili tv locali, disposti a vedere anche mille volte gli stessi episodi, che finivamo col conoscere a memoria.
Ora, quando ormai non facciamo più merenda con pane e Nutella, ci sentiamo un po' fuori posto di fronte a quegli eroi palestrati, tutti onore, sangue e corpi che esplodono. Eppure, superato il disagio iniziale, basta poco per ricordarsi del piacere che provavamo di fronte a uno dei cartoni meglio riusciti della storia dell'animazione giapponese. È Kenshiro, ragazzi, come si fa a non volergli bene?
A ben guardare, il film soffre di numerosi difetti. La scelta precisa di non concentrare più l'attenzione solamente su Ken, lasciando ampio spazio alla figura di Raoul, è artisticamente legittima. Si giustifica così l'inserimento dell'amore soffocato tra il Re di Hokuto e Reina, mentre le leggendarie e tragicissime vicissitudini romantiche di Ken sono del tutto scomparse. Tuttavia è una decisione che potrebbe incontrare qualche resistenza tra i fan, sempre sospettosi quando si tratta di cambiare (seppur di poco) una storia molto amata. Anche la messa in scena convince solo in parte: la cura delle immagini statiche è quasi maniacale, con un disegno dettagliato e una composizione delle inquadrature studiata al millimetro. Magistrali ed emozionanti, in questo senso, alcuni scorci sulla piramide di Sauzer. Quella stessa cura, però, viene a mancare nelle fasi di intermezzo, in cui improvvisamente personaggi e ambienti perdono dettagli e fluidità, in maniera particolarmente frustrante per un pubblico che ormai è abituato a film d'animazione in cui il movimento dei corpi è ancor più morbido che nella realtà. Ma il vero problema è un altro, quasi inevitabile per un'operazione di questo tipo. Nonostante la volontà di dare vita a cinque film che possano riassumere la storia di Ken e dei suoi fratelli, proprio la natura del riassunto implica una lunga serie di rinunce: sono scomparsi diversi personaggi essenziali, la storia personale dei singoli è meno approfondita, viene meno la lentezza tipica degli anime di lungo corso, unico strumento capace di rendere pienamente tollerabile una narrazione spesso estremamente riflessiva, quasi filosofica. I cartoni giapponesi funzionano (anche) perché si concedono sempre il tempo di sondare fino allo sfinimento la psicologia dei personaggi, i loro fantasmi interiori, le loro motivazioni. Raggruppare, velocizzare e tagliare rende tutto più superficiale e meno potente, e determina l'accostamento troppo rapido di scene smaccatamente epiche, che finiscono con l'apparire quasi comiche.
Alla luce di queste considerazioni, è facile ipotizzare che chi non conosce il cartone animato faticherà ad apprezzarne la trasposizione questa nuova versione. Eppure, nonostante le imperfezioni, è difficile non consigliare la visione ai vecchi fan di Kenshiro, con l'obbligo imprescindibile di vedere il film al cinema: la conoscenza della vecchia serie coprirà le inevitabili mancanze della sceneggiatura, la presenza di altri fan creerà un grande senso di appartenenza, e la magia del grande schermo saprà vincere gli altri difetti, assicurando un degno tributo a una pietra miliare dell'animazione del secolo scorso. Il sentito consiglio è di non aspettare il film in tv: in quel contesto avreste di fronte poco più di un episodio speciale.
Copyright © Spaziofilm.it 2008.
"Non ottemperando nella sindacale regia di Takahiro Imamura ad alcuna delle due alternative, di 'Ken il guerriero' non resta che il potenziale di una storia dove i motivi etici e spirituali si mescolano a sanguinarie esplosioni di violenza (e di corpi) nel tipico stile dei manga. E tuttavia per chi non conosce la sterminata saga, il racconto rischia di risultare confuso, mentre gli amanti dell'azione ne deploreranno l'eccesso di parole." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 4 luglio 2008) "Paragonato agli standard degli 'anime' giapponesi, questo primo episodio di una cinquina di lungometraggi appare di ottimo livello: se l'animazione rimane statica, gli scenari apocalittici fanno il loro effetto; così come il clima gravido di violenza, ma inaspettatamente percorso da una vena 'zen'. Si tratta comunque di un cartoon per adulti, più che per bambini; e la Mikado mostra coraggio a portarlo sugli schermi estivi, confortata dal precedente di 'Lupin III, Il Castello di Cagliostro'." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 4 luglio 2008) "Scenario fastoso, ingorghi psicologici, assuefazione, colori spenti e macabri, tragedie e saghe di sfortunate famiglie: violenza tale da sconsigliarne la visone ai bambini, anche per l'atmosfera di disfacimento che la fascinazione visiva del prodotto trasmette tra combattimenti di titani, danze esotiche e vecchie lacrime romantiche su lettere." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 4 luglio 2008) "Scenografie dark e un mix di sacro e profano aggiustato con abilita. Questa e la versione definitiva e cupa." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale, 4 luglio 2008) "Takahiro Imamura si e dedicato con umilta e talento a questo remake (anche se con il lungometraggio dell'86 ha poco a che fare, nulla con il ridicolo live action Usa del '95 con Malcolm McDowell e Chris Penn), offrendoci un combinato di immagini animate ed effetti sonori che supera le piccole grandi ingenuita di antenati televisivi e cinematografici. La storia ricalca la prima parte della prima serie, dalle origini dell'erede della tradizione di Hokuto (arte marziale quasi divina come quelle Nanto e Gento) fino allo scontro con il primo vero supercattivo delle sue quasi 160 puntate, il feroce e cinico Sauzer. Tra sentimenti assoluti, vocazione al martirio, giustizia sommaria. Impossibile resistergli, anche se e preoccupante ammetterlo." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 4 luglio 2008)
Copyright © Cinematografo 2009.