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"Il film e paradossalmente 'lieve', un tour tra gruppi rock a caccia dei componenti di una banda disposti a suonare in un concerto a Tehran e poi a fuggire all'estero. Un tipo comico e un po' fanfarone promette a Negar e Ahkan permessi e passaporti, ma il suo pusher sara arresta. L'odissea dei due ragazzi e cadenzata da video-clip su Tehran, scatti amorevoli sulla citta, i poveri, i clochard, le donne velate, neri fantasmi tra grattacieli, ragazzi in magliette heavy metal, capelli lunghi, jeans, una foto di Marlon Brand nel 'Selvaggio', un'altra di Humprey Bogart, un merlo in gabbia chiamato Monica Bellucci... contraddizioni tra una societa dai gusti globalizzati e un apparato di guardiani di chissa che." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 15 maggio 2009) "Scritto assieme a Hossein M. Abkenar e alla fidanzata Roxana Saberi - finita sotto i riflettori del mondo per il processo, conclusosi pochi giorni fa abbastanza felicemente, in cui era stata accusata di spionaggio a favore degli Stati Uniti e che ieri notte era data in partenza da Teheran per gli Usa o per Cannes -, il film segue le disavventure di un ragazzo e una ragazza, Ashkan e Negar, decisi a emigrare per poter coltivare la loro passione per la musica. (...) Un mondo che nessuna autorita avrebbe autorizzato a mostrare e che infatti Ghobadi ha filmato senza permesso, in 17 giorni, spostandosi in moto con i suoi musicisti, con una piccola telecamera digitale perche il materiale a 35 mm e di proprieta dello Stato e a un regista così non l' avrebbe mai dato. E usando persino i dvd illegali dei suoi film per corrompere i poliziotti che per due volte avevano voluto arrestarli. Ghobadi non parla mai direttamente di argomenti politici (se non in un' esilarante scena di processo-ramanzina inflitta a Nader, una prova d' attore che meriterebbe da sola l' Oscar) ma mostra la corruzione diffusa e la brutalita della polizia e sfrutta la mobilita delle riprese per iniettare nel film un ritmo e un' energia immediatamente coinvolgenti. Come l' entusiasmo contagioso dei suoi protagonisti, disposti anche ad andare in prigione per soddisfare la loro passione e pronti a mettere nel conto anche la crisi di latte di un gruppo di mucche che non sembrano apprezzare per niente le prove di un complesso metal nella loro stalla. E anche se la durezza e la crudelta della realta finisce per entrare nella storia, il tono del film non e mai lamentoso, ma sempre sorretto da un' ironia capace di riscattare la disperazione della realta." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 15 maggio 2009) "Un'opera capace di raccontare la vitalita di una generazione perfetta rappresentazione di una pentola che sta per esplodere. Da Cannes il primo urlo di liberta." (Andrea Martini, 'Quotidiano Nazionale', 15 maggio 2009) "Storia politica e personale, che passa dall'essere un 'Buena vista social club' iraniano a un ritratto intimista di una generazione repressa nei suoi impulsi emotivi ed artistici. Film giovane come da Teheran forse non ne sono mai venuti, sa giocare su più registri, da quello comico-chiassoso del traffichino Hamed Behdad, jolly straordinario per i cui occhi passano tutte le emozioni contraddittorie del film, a quello più drammatico di un finale che non scende a patti con la vitalitá di tutto il film. Uno splendido e durissimo confronto con la dura realtá questa docufiction, fotografia di un paese che ha in se una cultura straordinaria- e una creativitá e un senso estetico unici- ma che da decenni combatte contro la follia fanatica del Potere politico-religioso. Se 'Persepolis', con un bellissimo biopic animato, ci mostrava attraverso una ribelle la storia recente di un grande paese governato da piccoli uomini, qui scopriamo quei giovani che la loro lotta quotidiana la vivono picchiando sulle batterie, suonando la chitarra, cantando indie rock e rap duri e puri (quello nel film ha un testo anticapitalista che dovrebbe diventare un inno). E alla fine si ha voglia di trovare la colonna sonora e di urlare di rabbia." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 16 maggio 2009)
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