Vuoi le news di Yahoo! Entertainment sul tuo cellulare? Clicca qui
Copyright © Cinematografo 2008.
Il ritorno della leggenda
Quando il successo finisce, rimangono due sole cose da fare: dileguarsi nella memoria o riproporre i vecchi cavalli di battaglia, nella speranza che la fortuna torni nuovamente a farci visita. Sylvester Stallone, dopo svariati insuccessi e lunghe assenze dalle scene, ha preso la sua decisione: dirigere e sceneggiare il quarto capitolo del leggendario John Rambo. Perché nella vendetta, sia essa professionale che scenica, ci crede fermamente. John Rambo si è ormai ritirato nella Tailandia settentrionale, dove lavora su un battello sul fiume Salween, a poca distanza dal conflitto tra i birmani e la popolazione perseguitata dei Karen. Svolge una vita piuttosto tranquilla e solitaria, pescando e catturando rettili e limitandosi a osservare la crudeltà della guerra civile, giunta ormai al sessantesimo anno...
Tutto procede tranquillo fino a quando Sarah (Julie Benz) e Michael Bennett (Paul Schulze) avvicinano Rambo per chiedergli aiuto. I militari birmani, infatti, hanno riempito i sentieri di mine rendendo troppo pericoloso viaggiare via terra. Dopo l'iniziale rifiuto, Rambo decide di far loro da guida portandoli nel luogo prestabilito, tornando successivamente a casa. Due settimane più tardi, il pastore Arthur Marsh (Ken Howard) rivela a Rambo che i missionari non sono tornati, e che sono stati fatti prigionieri in un campo militare birmano; motivo più che sufficiente per far tornare Rambo nell'inferno più caldo e cruento cui abbia mai preso parte...
Guerra calda
Stallone adotta una stile di regia personale, virulento; ricalcando quell'approccio sanguinolento tanto caro al cinema d'exploitation anni Settanta. Per mezzo di una visione prevalentemente in soggettiva, vale a dire filtrata attraverso gli occhi dell'ex reduce del Vietnam, lo spettatore vive, con sdegno, le stesse emozioni che animano il protagonista. Il quarto capitolo di Rambo si discosta molto dalla furtività dell'originale First Blood diretto da Ted Kotcheff: sentendosi più a proprio agio quadruplicando violenza e delirio, lasciando trapelare al contempo un pizzico di autocelebrazione (non mancheranno le frasi ad effetto) e toccanti flashback che ricordano allo spettatore moderno quanta rimarchevole sia la differenza fra il vecchio e il nuovo combattente. La macchina da guerra che un tempo non faceva fatica a spargersi sulla ferita della polvere da sparo, oggi, nonostante le svariate difficoltà, dimostra di non darla vinta al tempo che passa. Così come in Rocky Balboa lo stallone italiano tornava per l'ultima volta sul ring, perché quello era il suo habitat naturale, in John Rambo assistiamo all'ultimo atto di una tragedia - geneticamente caratterizzata da superficialità narrativa e spettacolarità visiva. In questo senso l'eroe interpretato da un affaticato Stallone fa involontariamente sorridere, poiché "vecchiaia" il più delle volte fa rima con saggezza e staticità. Ma è in questa dimensione del vivere che Rambo si discosta volutamente, intento a professare la sua idea di rivincita e libertà. Insomma, sebbene con un terzo della forza, Rambo is back.
Citazioni:
"Vivere per niente o morire per qualcosa?"
'Quando sei costretto, uccidere è facile come respirare"
Copyright © Spaziofilm.it 2008.
"Il ritorno di Rocky è stato un trionfo. Ora tocca all'altra grande icona dello Stallone anni '80: John Rambo. Tutto più difficile. Personaggio vero solo nel primo capitolo del 1982, la macchina da guerra afasica diventa ridicolo simbolo revisionista in 'Rambo 2', dove cancella da solo la disfatta in Vietnam, e retorico strumento espansionista in 'Rambo 3', dove massacra i sovietici in Afghanistan con l'aiuto dei mujaheddin sovvenzionati da Charlie Wilson. Rocky è una brava persona. Rambo un fantoccio. Che fare di lui dopo l'11 settembre? Il ridicolo era dietro l'angolo ma Stallone ha preso un'altra strada. (...) A parte i trucchi da star 60enne, in 'John Rambo' Stallone fa un ottimo lavoro. Richiamato al disordine da un gruppo di missionari parolai e ottimisti, il nostro dovrà salvarli da un gruppo di truci birmani capitanati da un pedofilo che indossa quasi sempre enormi occhiali a specchio. Grazie a Rambo e a un colorito gruppo di mercenari, i missionari salveranno la pelle ma non la fede. Sangue a fiumi, colori desaturati, impressionanti scontri a fuoco alla 'Salvate il soldato Ryan' e Rambo che urla di dolore mentre uccide tutti. C'è grande dignità in questo sofferente guerriero senza patria e speranza. Tornato a casa, lo vediamo passare davanti alla cassetta della posta dei genitori. C'è scritto R. Rambo. Ma anche se il padre si chiamasse Ronald o Reagan, ormai questo soldato non è più figlio suo." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 febbraio 2008) "Tre morti al minuto. Non stiamo parlando di Bush o degli imprenditori italiani, ma di John Rambo. Nei suoi quattro film, questa è la sua invidiabile media di nemici (ma anche presunti amici) fatti fuori in punta di fucile, mitra, pistola, machete, mani nude. Ma come il gemello buono Rocky, il reduce spesso è stato impallinato dalla critica. (...) I critici d'oltreoceano l'hanno massacrato, denunciandone la (vera) immobilità facciale, l'età, l'assenza d'ironia, la violenza gratuita. Non l'hanno mai capito: Rambo è un'icona pop. Lo capì il distributore italiano che tolse il titolo 'First Blood' (il romanzo di David Morrell a cui la saga è ispirata) dal film di Ted Kotcheff sostituendolo col pomposo nome del protagonista. I connazionali a Stallone (qui fa tutto, regia e sceneggiatura comprese, mostrando un ottimo talento nelle scene di combattimento) lo hanno sempre preso sempre troppo sul serio. 'Rambo' è un'esagerazione pacchiana, è esilarante per le frasi lapidarie come i suoi proiettili. E ogni tanto dice anche qualche verità. Un quinto capitolo è già nella testa di Sylvester. Magari dopo le elezioni: per ora, infatti, insieme all'amico Schwarzenegger, eroe come lui dell'anab-Hollywood fatta di muscoli e steroidi, deve sostenere McCain alle presidenziali. Bin Laden sta tremando.." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 22 febbraio 2008) "A condurre il gioco è uno Stallone abbottato e ultrasessantenne, che rispetto all'immagine originaria sembra gonfiato con gli estrogeni. Al protagonista le precedenti esperienze non hanno insegnato niente, salvo aumentare il grado del suo donchisciottismo al servizio di una vaga e silente infatuazione sentimentale, degna di un stilnovista più che di uno spietato ammazzasette." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 22 febbraio 2008) "Anche regista, Sly è un Rambo talmente convinto da convincere anche noi." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 22 febbraio 2008) "Misero, caricaturale, fa quasi tenerezza." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 22 febbraio 2008) "Una violenza sconfinata, un film che gronda sangue ad ogni fotogramma. Rambo, dunque, non è cambiato, ma Stallone si è raffinato. Il film è preceduto da immagini di repertorio della guerra civile in Birmania, anch'esse violente e vere. Come a dire: questa è la violenza di cui sono capaci i militari in Birmania, quindi... lasciateci lavorare, senza fare troppo la morale." (Dario Zonta, 'L'Unità', 22 febbraio 2008)
Copyright © Cinematografo 2008.