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Tratto da un libro di Hugo Pratt, padre del celebre Corto Maltese, il film risente dell'impostazione "grafica" data dallo sceneggiatore: sembra infatti che ogni sequenza sia più "disegnata" sullo schermo che "ripresa" dal vivo. Troppo emblematici, allusivi e sentenziosi sono i discorsi dei protagonisti, dall'avvoltoio narrante con la sua ironia surreale ed amara alle frasi spesso incomprensibili dell'indiano. A parte la bellezza delle immagini (ma è difficile non fare delle belle foto in un paesaggio come il nord del Canada), tutto il ritmo narrativo appare come una serie, appunto, di strisce di fumetto che si attaccano l'una all'altra, senza mai decollare verso i toni catartici dell'epos, ed isterilendosi in una risaputa denuncia dei soprusi cui i pellirossa sono stati sottoposti, senza peraltro indicare una strada, almeno di riscatto. Tutto viene avvolto invece in una livida luce di odio e risentimento senza speranza, che, aggiunto alla crudezza di certe situazioni ed alla violenza di talune immagini, rende il film inaccettabile. (Segnalazioni Cinematografiche)
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