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"Eccessivamente lungo (due ore e 35), faticoso nella struttura e a tratti noiosetto, 'Jackie Brown' porta tuttavia un segno d'autore in molti particolari bizzarri, nella fotografia arrischiata di Guillermo Navarro, nella perpetua eccitazione musicale; e riesce finalmente a ghermire l'attenzione raccontando l'episodio culminante, cioè la consegna del denaro contrabbandato, da tre diversi punti di vista, come in una specie di 'Rashomon' da 'tragicomic stripe'". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 28 marzo 1998) "Malinconia, tenerezza, maturità? E dov'è finito Tarantino? si chiederanno i suoi fan. Che infatti saranno non poco sorpresi da come lo smalto aggressivo del loro regista-feticcio si sia ammorbidito: anche se si parla, ovviamente, di un fenomeno relativo. Basti dire però che i due protagonisti di 'Jackie Brown' fanno, insieme, cento anni: come se Tarantino, più propenso a immaginare di solito storie 'coetanee', questa volta avesse gettato l'occhio della fantasia al di là della linea d'ombra. Tarantino conduce il gioco con tanta gentilezza che sarebbe divertente fare l'esperimento di proiettare il film a un tarantinato lasciandogli indovinare chi ne sia l'autore. Gioco impossibile, perché i tarantinati la sanno lunga. Ma certo le loro perplessità fioriranno. E tuttavia, se 'Jackie Brown' è meno brillantemente estremo di 'Le jene' meno smagliante di 'Pulp Fiction', spesso troppo lungo, non propriamente nuovissimo è comunque un passo avanti. Anzi, è forse l'unico passo possibile dopo il boom di 'Pulp Fiction'". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 27 marzo 1998)
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