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Trama
Yousef, un esiliato proveniente dalla Tunisia, trova lavoro in Italia come pescatore. Nonostante le difficoltà che qualsiasi emigrato incontra, Yousef stringe subito una forte amicizia con Giuseppe, tanto che i due decidono di comprare insieme una piccola imbarcazione per pescare in proprio. Tutto sembra andare per il meglio quando, in seguito alla strage dell'11 Settembre, si nstaura un clima di diffidenza nei confronti dei musulmani ed a risentirne sarà anche Yousef...
Suffering producer
Due uomini, una nave, un sospetto. Questo è l'incipit di "Io, l'altro", film che segna due primati, Mohsen Melliti alla regia e Raul Bova alla produzione. La sceneggiatura, curata dallo stesso regista di origine africana ma esiliato in Italia da diversi anni, tesse una rete di luoghi comuni fondati su pregiudizi razziali certamente poco originali. Le inquadrature soffrono di una certa rigidità, la trama procede lenta, sempre in bilico fra tragedia e follia. Risultato per altro sottolineato dalle musiche di Louis Siciliano, capace di fondere diversi livelli emotivi in sintonia con le immagini. La prima parte infatti mette a proprio agio lo spettatore, tra lo sberleffo e l'affetto per poi virare all'improvviso alla notizia che Yuosef,potrebbe essere l'attentatore che la polizia sta attualmente cercando... Da questo momento la contaminazione radio si abbatte sui protagonisti con forza, sbattendoli tra le onde del mare a furia di tradimenti e rivalse, attuando un capovolgimento di ruoli appositamente ambiguo.
Who he is?
Molto bravo Giovanni Martorana (I Cento Passi) nel conservare il dubbio sulla sua colpevolezza per tutta la durata della pellicola e ottimo Raul Bova, ormai siciliano per adozione. Il peschereccio sul quale hanno luogo gli screzi prende il nome di Medea, famosa e controversa figura mitologica greca, la quale fu un simbolo di tragedia e vendetta. Simbolismo presente anche nei nomi dei protagonisti, Giuseppe e Yousef, fondamentalmente uguali. Piccole differenze che rendono l'approccio meno ovvio, più sfumato verso una ricerca psicologica voluta, sperimentata. Al film si possono perdonare certi espedienti narrativi poco felici (foglio di giornale dalla doppia notizia, morphing di Padre Pio in Bin Laden) e uno script non affatto brillante. Non si può comunque negare una certa familiarità nell'approccio al diverso nella diffidenza con cui il registra struttura il suo film. Il tema dell'amicizia è molto presente e c'è un grande amore fraterno che lega due persone.
E' però sufficiente l'intrusione di un mezzo divulgativo, come inviato di evento tragico ancora più grande, a far smuovere il pregiudizio, trasformando due anime unite in due persone distinte: Io, l'altro.
Silence in trouble
Una fitta rete di sensazioni contaminate dai mass media, la guerra che oscura gli animi e crea nuovi senitmenti di diffidenza e cattiveria, il desiderio di scontrosa rivalsa nei confronti del tradimento presunto. La narrazione ondeggia sul mare, per diversi minuti, con inquadrature fisse sui volti, sulle labbra. Perché non è tanto la lingua a separare due culture, quanto la convinzione che l'uomo nasca diverso. Qualcosa sul finale accade, per poi terminare, piangendo, nel silenzio... alla deriva.
"E la vita si recise
Le nostre teste si chinarono
La nostra vergogna si infuocò
La nostra fede vacillò."
[Sipho Sepamila]
Citazioni:
Yousef: "E se fossi io quello che stanno cercando, tu che faresti?"
Giuseppe: "Quando un morto incontra una barca è perché la sua anima vuole essere riportata a casa..."
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"'Io, l'altro', affronta un tema così decisivo con uno stile semplice, d'ispirazione post neorealista. Però spiega bene ciò che, con parole dotte, va ripetendo il grande sociologo Zygmunt Barman: l'incertezza e la precarietà della vita contemporanea trovano un capo espiatorio 'nell'altro', facendone il colpevole di tutti i mali; anche se in realtà, come recita il titolo, 'io' e 'l'altro' sono la stessa cosa. Se il pescatore italiano diventa il suo persecutore per diffidenza e pregiudizio, neppure Youssef è rappresentato come un santo: lo dimostra l'episodio del ritrovamento di un cadavere, gettato da una carretta del mare. Pur a prezzo di qualche ingenuità, quello di Mohsen Melliti è un film civile, benintenzionato, a suo modo importante." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 18 maggio 2007) "Una buona causa non fa sempre un buon film e il volenteroso Raul Bova, qui produttore, con il minimo sforzo economico prova a costruire un film in cui gli argomenti sono offerti in saldo in un racconto scabro, un tragico buddy buddy, che mette a confronto due uomini, (...) Tra sospetti ed equivoci i due giungono a una resa dei conti il cui epilogo non può che essere tragico. Però l'italiano è essenzialmente stupido, il tunisino sensibile e intelligente e chi vuole schierarsi si accomodi, ma dovunque vada sarà sempre in imbarazzo. Boh!." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 18 maggio 2007) "L'espediente narrativo è molto poco convincente. Ma quelle lunghe ore sul mare, immobili per un guasto al motore, sentendosi crescere dentro pregiudizi e violenza, sono ben costruite e ben recitate." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 maggio 2007)
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