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Io Sono Leggenda Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-01-11 13:18:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Un'ora di grande cinema. I copertoni della Ford Mustang "fumano" tra Madison Square Park e Wall Street. Un cimitero di automobili abbbandonate, la vegetazione che prolifera in strada - vera giungla d'asfalto -, due leoni che braccano un cervo in fuga. La Grande Mela si offre così: marcescente, bucata, letteralmente divorata. A scrutarla gli occhi di un uomo, unico sopravvissuto nel genocidio pandemico che ha colpito la città, più quelli del suo cane. La vista desolata e desolante di Robert Neville - una specie di Robinson Crusoe urbano - a replicare la nostra: spettatori delle rovine d'Occidente. Il lavoro sulle scenografie (di Naomi Shohan) è una delle cose più interessanti di questo Io sono Leggenda diretto da Francis Lawrence, terza versione per il cinema del famoso romanzo di Matheson. Ma non l'unica. Prima di riconsegnarsi nel finale alla più scontata cornice di genere - un horror con zombie inferociti che bruciano al sole come vampiri, situazioni banali e incongruenze di sceneggiatura - il film aveva già ripagato abbondantemente il prezzo del biglietto. Non tanto per come riesce a costruire uno stato d'angoscia permanente giocando sulla duplice dialettica Luce/Buio, Silenzio/Rumore; non solo in virtù dell'ottima performance di Will Smith (e del cane), o per come riesce a intercettare gli umori dell'odierna pastorale americana di una conciliazione tra Fede e Ragione, Dio e Scienza. Ma soprattutto perchè, operando un felice sincretismo di diverse produzioni recenti - da 28 giorni dopo a I figli degli uomini-, si pone come potente dispositivo simbolico, di ossessioni e paure contemporanee. Un tempo, il nostro, "che persegue consapevolmente la salute ma in effetti crede solo nella realtà della malattia" scrive Ugo Volli. E allora ecco l'epidemia, rappresentante metonimico dell'avvento apocalittico; ecco il virus, incubo dell'invisibile infiltrazione terroristica nel "corpo" sociale. Ed ecco infine l'infetto, metafora dell'individuo privo di una sua integrità psico-fisica, che più non dispone di sé, prigioniero in qualche misura della sua infermità. Dunque, niente di buono sul fronte Occidentale? Non proprio. Perchè, ci vuol dire lo script, "finchè c'è qualcuno disposto a morire c'è speranza". L'importante è non confondere le bombe a mano con le leggende, i kamikaze con i martiri.

Copyright © Cinematografo 2008.

Scheda Film
Io sono leggenda
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-01-12 12:00:30
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

L'ultimo uomo sulla terra non è solo

Robert Neville è un celebre virologo.

Robert Neville lavora per l'esercito.

Robert Neville era il padre di una splendida bimba, e di una bellissima moglie.

Robert Neville era a capo dell'equipe di ricerca del vaccino contro un male inguaribile.

Robert Neville combatte quotidianamente per sfuggire agli Infetti, uomini colpiti da un virus che li ha resi simili a zombie.

Robert Neville è l'ultimo uomo sulla terra.

2012: fuga da New York

L'eclettico Francis Lawrence realizza dopo Constantine un'altra pellicola - ad elevatissimo budget - che punta sull'immagine, sull'interpretazione di un grande attore (prima c'era Keanu Reeves ora abbiamo Will Smith), e che è ambientata in un futuro dai contorni incerti e suggestivi.

Ad impressionare a prima vista in Io sono leggenda è, infatti, la confezione generale, l'utilizzo sapiente ed estremamente funzionale dell'effetto speciale, l'estrema efficacia con la quale viene ricostruita una New York (dove da tre anni regnano sovrani incontrastati ingorghi con auto prive di conducenti), cervi e leoni che si aggirano in campi di erbacce che hanno divelto l'asfalto, grattacieli che sono ormai scheletri di vetro e acciaio.

Una ricostruzione visivamente molto affascinante, che si richiama fortemente alle suggestioni dell'omonimo libro di Matheson del 1954, dal quale sono stati già tratti due film L'ultimo uomo della terra, con Vincent Price, e Occhi bianchi sul pianeta terra, interpretato da Charlton Heston.

Intelligente la scelta di lasciare largo spazio al silenzio, che si introduce nella diegesi della storia come vero e proprio elemento cardine nella costruzione degli spazi e del climax narrativo. I flashback sono ridotti al minimo indispensabile, l'uso delle musiche è attento e quasi mai invasivo.

Come nel suo precedente lavoro, la pecca di Lawrence è una certa difficoltà nella messa in scena, che tende a concentrarsi sugli aspetti più risolti e rintracciabili agli occhi dello spettatore, tralasciando del tutto le problematicità risolvibili unicamente attraverso una determinata gestione delle inquadrature e un dosaggio accorto di montaggio.

Non si riesce a capire fino in fondo se gli Infetti siano intelligenti o meno, non a causa di una voluta ambiguità, ma perché manca totalmente un contrappunto, seppur sfumato, all'immedesimazione con il protagonista. La lettura di determinati passaggi diventa così a tratti farraginosa.

Si capisce d'altra parte perché Will Smith abbia fortemente voluto un film che rimanda a suggestioni profonde, e che con una gestione diversa dello spazio filmico e con un finale meno sbrigativo sarebbe potuto essere ottimo. Ma ci si può comunque piacevolmente accontentare.

Copyright © Spaziofilm.it 2008.



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