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"Il viso duttile e bello di Liv Tyler rispecchia le acerbità e le incertezze di Lucy, le attese di una stagione della vita in cui le opzioni fondamentali sono ancora da compiere. E la galleria degli adulti, con tipi psicologici alle prese con passati o troppo estroversi o troppo ristretti, è ben rappresentata da attori di solida professionalità. Lucy non conosce l'amore e, quasi un annuncio rimasto senza seguito, ricorda il bacio di Niccolò, un vicino dei Grayson, durante una vacanza di qualche anno prima. Il mandato affidatole dalla madre attraverso una pagina, fin lì segreta, di un diario - mettersi alla ricerca del suo vero padre - non fa che confondere ancor più la ragazza. I due temi - il primo (l'avvio alla sessualità) inedito in Bertolucci e il secondo in lui ricorrente (si vedano, in particolare, Strategia del ragno e Piccolo Buddha) - sono affrontati in Io ballo da sola con tecnica, diciamo così, divisionista. Alle scene madri, altre volte care al regista, subentra adesso un accumulo di annotazioni minute (la più parte assai fini, poche le aggiunte superflue o eccessive) che, a poco a poco, finiscono per individuare il "problema centrale" di Lucy e giustificare le sue scelte: il rifiuto di esperienze dovute più a un'influenza ambientale che a decisioni personali, l'attesa e, infine, la donazione di sé. " una materia, quella avvicinata da Bertolucci in Io ballo da sola, che si direbbe adatta più a una scrittura letteraria che cinematografica. Averla assunta, senza effetti di sfuocamento o eccesso di indugi, conferma la conquistata maturità raggiunta da Bertolucci. Al modo del personaggio di Diana Grayson, che confessa al marito di volere staccarsi dall'accecante bellezza della Toscana e tornarsene a casa in un paese di nebbia e di piogge, anche Bertolucci, dopo un lungo viaggio, è ritornato alla sua terra. E, prima d'altro, ha voluto rimettere ordine (sul piano creativo che è quello che soprattutto interessa a un narratore) a lontane, ma probabilmente non ancora del tutto riassorbite, questioni." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 31 marzo 1996) "Io ballo da sola è un film magari discontinuo, ma con momenti bellissimi, e con una sua leggerezza (Bertolucci ha spinto il suo direttore della fotografia, il franco-iraniano Darius Khondji, a prepararsi al film ascoltando Mozart) a tratti toccante. E se non tutti gli interpreti sono magnificamente in parte come Irons, un contributo decisivo viene dalla protagonista Liv Tyler, che attraversa il film con energica grazia. Se da grande vorrà fare l'attrice, ci si può sbilanciare: è nata una stella." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 31 marzo 1996) "La vertigine del tempo e la luce sono stati i due cardini del cinema di Bertolucci. Placata la prima in una sorta di indeterminatezza (quanto dura il soggiorno di Lucy: una settimana? un mese?), quasi a far da contrappunto all'ambìta leggerezza il regista ha indotto il direttore della fotografia Darius Khondji e lo scenografo Gianni Silvestri a ispirarsi alla violenza cromatica dei "fauves" (Matisse, Derain, Vlaminck) e a privilegiare i rossi, l'ocra, l'arancione (anche nei costumi) come per mettersi in sintonia con le inquietanti sculture post-picassiane in terracotta dell'inglese Matthew Spender che abita nella zona e ha fatto da consulente artistico. Come il solito, la scelta e la direzione degli attori sono ammirevoli. Con i suoi occhi d'acqua sorgiva, il profilo orientaleggiante o il seducente impasto di freschezza e sessappiglio, la diciottenne Liv Tyler attraversa il film come un aquilone lesto nel cielo. I momenti più intensi sono nei suoi rapporti col padrone di casa, scultore un po' minaccioso nel suo comportamento ambiguo (l'irlandese Donal McCann), e soprattutto con Jeremy Irons alle prese con l'immensa frivolezza dei morenti. Ma è fonte di luce, nella sua malinconica saggezza di reggitrice della casa, Sinead Cusak, nella vita moglie di Irons. Più sfumati o meno risolti i personaggi di contorno. La società italiana rimane sullo sfondo, esclusa dalla vicenda, come fuori dal cerchio magico del paesaggio toscano. Il rientro in Italia di Bertolucci è stato cauto." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 31 marzo 1996) "Leggero e profondo, onnipotente e indifeso, Bernardo Bertolucci rivolge il suo occhio "interno" sullo sboccio di una bellissima fanciulla americana, venuta nella campagna senese sulle tracce della madre poetessa e suicida. Finissimo orchestratore di visioni e vero corpo-macchina (nel senso che la cinepresa sembra puntualmente diventare un'estensione fisica dei suoi pori, dei suoi tessuti, delle sue cellule), il regista torna dopo quindici anni a girare in Italia dimostrando quanto sa essere alto ed ispirato ed, insieme, quanto può rovinosamente cedere. C'è qualcosa di strenuo, estremo, abissale, in questo racconto d'iniziazione, che si percepisce al di là delle splendide atmosfere e delle estasi pittoriche, nei dettagli più segreti e palpitanti e fino agli scarti grevi e superflui. Affascinante è la delicatezza del tocco nell'affrontare un tema delicato, così come la credibilità drammaturgica dell'intenso mystery esistenziale; sconcertante è la banalità dei riferimenti attualistici, così come l'identikit d'importanti personaggi complementari." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 31 marzo 1996).
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