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There is a pleasure in the pathless woods,
There is a rapture on the lonely shore...
Penn ripercorre la storia e le vicende di Christopher McCandless, un giovane e brillante laureato in scienze sociali, che decise di fuggire dalle convenzioni di una vita familiare e sociale che non sentiva sua per trasformarsi in Alexander Supertramp, il "Super Vagabondo", intraprendendo un affascinante, malinconico, ma anche esaltante viaggio per le strade americane. Su e giù per le steppe degli Stati Uniti, per i deserti dell'Arizona, con in testa un unico grande sogno: raggiungere l'incontaminata Alaska, con la sua natura priva dell'invadente impronta umana e i suoi enormi spazi verdi.
There is society, where none intrudes,
By the deep sea, and music in its roar:
I love not man the less, but Nature more.
Inizia così, citando Gordon Byron, l'ultima regia di Sean Penn: Into the wild, un piccolo gioiello apparso come d'incanto nel diffuso grigiore della Festa del Cinema capitolina.
Penn costruisce il suo personalissimo viaggio on the road affidandosi a un'inesausta alternanza di piani temporali differenti. I mesi trascorsi in Alaska - vivendo in un furgone abbandonato e malconcio, in mezzo alle fatiche e agli stenti di una natura che il protagonista arriva a sentire 'ancestrale, ostile all'essere umano” - sono infatti un buon pretesto per ripercorrere idealmente le tappe della propria vita, senza soluzione di continuità, in un affollamento di sensazioni, rancori, rifiuti e recriminazioni venate da un ultimo, sottile rimpianto.
Chris va alla ricerca di un'utopica felicità attraverso il contatto con la natura estrema, la natura selvaggia del titolo, e 'Alaska, Alaska, Alaska” è una sorta di formula magica ripetuta incessantemente lungo tutto il corso del film, quasi un esorcismo dalle convenzioni e dalle sovrastrutture sociali che improvvisamente gli vanno strette: eppure qualcosa manca, c'è la consapevolezza di una propria finitezza rispetto alla grandiosità mistica di una natura che, ultimamente, non è compagna. Nonostante il piacere iniziale e la gioia di una libertà senza limiti, una nota stonata, sfocata, non meglio definita, compare a ogni passo durante i quattro lunghi mesi di Chris in mezzo alle nevi; nota che si delinea via via nei flashback, ma senza didascalismi, con una leggerezza di tocco davvero sorprendente. E' il lento riconoscimento di Chris dell'impossibilità di darsi la felicità da solo, la tremenda consapevolezza che tutta la libertà di cui può godere nell'immensa solitudine dell'incontaminato non regge il confronto con la concreta verità di un rapporto umano. Sia esso il rapporto con la sorella, con un improvvisato datore di lavoro, con una coppia di antesignani hippy, o con un padre che ha sempre desiderato ma che non ha mai veramente avuto: 'La felicità è reale solo quando condivisa” - arriverà a scrivere, quasi come un epitaffio, sul suo sgangherato furgone.
Il tema della fuga, centrale nella pellicola di Penn, si fonde e si completa con quello della ricerca, che si risolve - senza sconti consolatori per il pubblico - in un finale duro e per nulla banale. Il regista costruisce due ore e mezzo di storia appassionante, con uno stile che trova sin dalle prime sequenze un giusto equilibrio fra classicismo e sperimentazione, e attraverso una sceneggiatura che incede lenta ma potente, riuscendo ad affascinare e coinvolgere nonostante l'assenza un particolare dinamismo sulla scena.
Into the Wild è un film solido e maestoso, le cui piccole ma trascurabili pecche risultano soverchiate da un'altissima qualità tecnica e artistica.
INCONTRO CON SEAN PENN
Come ha lavorato sulle musiche?
Penn: Ho studiato a fondo e lungamente le musiche. Volevo costruire una solida partitura, per iniziare, e poi inserire delle canzoni come parti di transizione. Mi pare che l'effetto sia stato buono.
Come ha scelto l'attore?
Penn: L'avevo visto in un film, mi era piaciuto. C'era molto di lui in questa parte. La scommessa era che doveva avere voglia di mettersi in gioco, era un film pesante fisicamente e impegnativo mentalmente. E' stata una delle scommesse migliori che abbia mai fatto.
Che cos'è oggi che la fa arrabbiare, un pò come il protagonista?
Penn: Ci sono un sacco di cose che mi fanno arrabbiare, ma non ci si deve fermare alle prime reazioni, bisogna fermarsi a riflettere. Però gli eccessi di stupidità mi danno veramente un gran fastidio.
Lei ha mai fatto un viaggio da solo?
Penn: Beh si, un pò si, soprattutto quando me ne vado un pò sull'oceano per i fatti miei. Ma mai nulla a quel livello.
Che lezione c'è nel suo film per i giovani?
Penn: L'ho già detto innumerevoli volte, noi siamo una società estremamente abituata ai confort, alle estreme comodità. In questo si potrebbe cambiare. Bisogna sempre cambiare rispetto a chi ci dice cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, o cosa dobbiamo diventare. In questo film c'è tutta una parte che riguarda la fuga del protagonista, ma poi c'è anche tutta la parte dedicata alla ricerca di sè.
Avete evitato di farne un ribelle o un santo...
Penn: Devo dire che è venuto sempre tutto molto naturalmente. Non mi sono mai sforzato per evitare eccessi.
Di cosa ha avuto bisogno per fare il regista?
Penn: La testardaggine è stata la mia miglior amica in tutti questi anni. A parte questo, ho sempre potuto contare su un gran sostegno da parte dei miei attori, e di tutti i miei produttori.
Lei affronta molto il tema dei genitori e dei figli.
Penn: Quella familiare, me ne rendo conto, è una situazione particolarmente difficile. Tutto va in qualche modo guadagnato, ma qualsiasi figlio deve essere pronto a fare tutto quello che sente necessario, deve prendere coscienza di sè per non diventare un clone dei propri genitori.
La sua è un pò una professione di fede?
Penn: Certo, in qualche modo si. Anche se ritengo che la cosa fondamentale nell'ambito religioso sia la dimensione personale.
Nel suo film per un attimo appare Bush...
Penn: Sono andato ultimamente a un concerto di Springsteen. Lui diceva "Guardate quanta strada abbiamo fatto, eppure ogni giorno torniamo indietro". Ecco, sono pienamente d'accordo con lui.
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"Responsabile anche della sceneggiatura, Penn rompe da subito la continuità spaziale e temporale per ridurre al minimo l'enfasi epica del viaggio e approfondire invece alcuni momenti fondanti di quella esperienza. Come se i vari episodi vissuti dal protagonista, che intanto si fa chiamare Alex Supertramp (il super camminatore), fossero piuttosto delle divagazioni filosofiche sui singoli aspetti della mitologia americana. (...) Penn, che cercava di realizzare questo film da più di dieci anni e che si augura di far battere i cuori dei giovani più velocemente offrendo loro l'indicazione di 'un percorso alla ricerca di una maggior libertà e una minor dipendenza dal confort e dal consumismo', sceglie uno stile di regia che cerca di adattarsi alla varietà dei temi affrontati, modificando continuamente il modo di riprendere, a volte sottolineando la bellezza selvaggia della Natura, altre volte spezzando l'inquadratura come per far dialogare tra loro immagini diverse, altre volte ancora scommettendo tutto sui primissimi piani e la forza espressiva degli attori. Tutti davvero straordinari. Per costringerci, con un drammatico finale che non sveliamo, a fare i conti con l'ultimo 'messaggio' lasciato da Chris: la propria felicità va divisa con gli altri." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 25 ottobre 2007) "Nel rievocare il ritorno del ragazzo (...) alle utopie giovanili degli alternativi anni '60, Penn elabora un affresco solenne, solidale e abilmente naif nei confronti delle fatidiche teorie della fuga dalla civiltà o del ritorno alla natura, veristico sino al dettaglio nello stupendo repertorio paesaggistico e perfettamente cadenzato su musica e canzoni di Eddie Vedder, il cantante e paroliere dei Pearl Jam. Contano poco, per la verità, le superflue note psicoanalitiche e il connesso e banalotto messaggio anti-consumistico: la fluidità, la credibilità, il lirismo di 'Into the Wild' si esaltano a contatto dei personaggi pittoreschi che condividono col protagonista il fervore visionario suggeritogli dai libri-culto di Thoreau, Jack London, Byron o Tolstoj." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 25 ottobre 2007) "Sean Penn tratta questo eremita ragazzino, deciso a vivere di caccia e bacche selvatiche, con infinito rispetto e ammirevole economia di mezzi. Ed ecco i diari, da cui estrae poche frasi di grande impatto (anche le parole sono cose, in solitudine). Ecco le tappe in cui sono scanditi due anni che valgono una vita (rinascita, infanzia, adolescenza, età adulta). Mentre il montaggio ci porta su e giù senza mai perdere di vista gli altri: la sorella, i genitori disperati, la hippy che in lui rivede il figlio perduto. O quel vecchio vedovo che vorrebbe adottarlo in una scena che commuoverebbe i sassi. La fugace apparizione di Bush sr. in tv, siamo nel 1992, ci ricorda che questa fuga nel wildness ha anche un senso politico. Vengono i brividi a pensare cosa avrebbe potuto farne Hollywood. Ma il film di Sean Penn, così limpido e personale, va diritto al cuore." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 ottobre 2007) "Il risultato è uno spettacolo complesso, con un personaggio al centro che cerca e si cerca, che cammina ma non fugge, che, per mirare alla perfezione, fa il vuoto attorno a sé, anche quando, oltre che sulla famiglia ormai lasciata alle spalle, potrebbe contare su nuovi concreti rapporti che in più momenti gli vengono proposti. La cifra solita dei film americani on the road, ma resa più intensa da continui approfondimenti psicologici forse solo un po' appesantiti qua e là da citazioni letterarie e filosofiche. Nei panni del vero McCandless, il giovane Emile Hirsch, già visto in 'Alpha Dog', di Nick Cassavetes. Selvatico, ma anche umano come serviva." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 25 ottobre 2007) "'Into the Wild' di Sean Penn è un film notevole e ha ricevuto l'applauso più scrosciante della Festa. (...) Gli antecedenti culturali dell'operazione di Penn sono innumerevoli: c'è anche Kerouac ('Sulla strada', come no), ci sono le 'Strade blu' di William Least Heat-Moon, ci sono i vecchi western 'nordici' come il grande cielo o il cacciatore del Missouri. Ma c'è anche una cosa, l'unica davvero folgorante, che Sean ha detto ieri: 'La mia unica esperienza di contatto solitario con la natura risale alla mia gioventù, quando vivevo sulla riva dell'oceano e facevo il surfer'. Come a ha insegnato John Milius, in California essere un surfer non è praticare sport, non è come da noi giocare a pallone. E' una filosofia di vita, è l'appartenenza a una tribù. Ora che sappiamo che è un surfer (sì, 'è', al presente: non si smette mai di essere un surfer) capiamo molte cose di Sean Penn." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 25 ottobre 2007) "Penn torna al suo passato da surfer solitario, si immedesima senza filtri nel suo eroe, celebra 'la ricerca della libertà'. Il coraggio di vivere la propria vita veramente. Il miglior film della festa, un capolavoro commovente e coraggioso." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 25 ottobre 2007) "Quello di Chris è un romanzo cinematografico di formazione che, tragicamente, nella vita reale, era rimasto interrotto. Sean Penn, con questo film, fa quello che Chris avrebbe voluto fare. Riportare a casa, condividere con gli altri, un'esperienza di vita piena di grazia che ha un valore universale e un messaggio spiegato e crudele. Come la bellezza della verità." (Luca Mastrantonio, 'Il Riformista', 25 ottobre 2007) "Nonostante la Natura mortifera, il sentimento del film è l'esaltazione delle bellezze naturali, l'inimicizia verso la civiltà, l'orgoglio di saper fare da sé e di mettersi alla prova, l'enfasi dell'Homo Faber, unita alla retorica On the Road. Il soggetto sembra vecchio di 25 anni. Il film un poco puerile è ben fatto, quasi ben recitato dal protagonista Emile Hirsch e da William Hurt, Vince Vaughn, Jena Malone." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 25 ottobre 2007)
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