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"I divi hollywoodiani di una volta non coltivavano, in genere, l'aspirazione della regia. Gary Cooper, Cary Grant o James Stewart non ci pensarono nemmeno. Oggi la tendenza è mutata e lo dimostrano le sortite direttoriali di parecchi attori famosi. In qualche caso si tratta di un'ambizione sbagliata, vedi il recente fiasco di Johnny Depp a Cannes con 'The Brave'; oppure, sempre al Festival ma all'opposto, la smagliante prova di Gary Oldman con 'Nil by Mouth'; o, in mezzo, la stracca commediola 'Music Graffiti' firmata da Tom Hanks. Da questo panorama, che meriterebbe un'attenta analisi delle motivazioni e dei risultati, Kevin Spacey ne esce benino. Stimato teatrante laureato con il Tony, nel cinema da oltre dieci anni con prove memorabili come il mostro di 'Seven', in 'Insoliti criminali' Spacey si rivela un appassionato cultore del 'city gangster movie' vecchio stile. (…) Alcune prevedibili e altre no, le sorprese si susseguono fra le quattro mura della cantina dove la regia riesce a tradurre un'imposizione di economia produttiva in un efficace senso di claustrofobia; e anche il tormentone del poliziotto assediante risulta nei suoi limiti efficace. Niente di eccezionale, ma un film di genere portato a buon fine con divertita professionalità. All'antica americana". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 16 giugno 1997)
"Pochi personaggi fissi in luogo chiuso: inevitabile che, se diretto da un principiante, il film risulti statico e ripetitivo, ma è corretto. I protagonisti criminali non fanno ridere e neppure mettono davvero paura: sono sconnessi, smarriti, incompetenti come tanti altri. La faccia di Faye Dunaway è un atto d'accusa contro la chirurgia pIasticoestetica e Matt Dillon, a trentatré anni, non è più il seducente ragazzo cattivo che conoscevamo". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa'13 giugno 1997)
"Vincitore dell'ultimo Noir in Festival di Courmayeur, 'Insoliti criminali' è un suspenser abbastanza tradizionale, dove a ogni situazione lasciata sospesa corrisponde l'inesorabile saturazione, ma la sceneggiatura di Christian Forte (che evoca i climi e i personaggi del primo Scorsese) ci riserva un colpo di coda e un finale a sorpresa. Spacey, che non compare sullo schermo, ha preferito girare le sequenze in ordine cronologico, come dirigesse uno spettacolo teatrale, per ottenere dagli attori la massima immedesimazione Nei limiti concessi dall'impianto claustrofobico la regia, nient'affatto statica, lascia trapelare un talento e un controllo insoliti per un'opera prima". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 16 giugno 1997)
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