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"Con "Inside Man" Spike Lee ritorva la forma del grande "La 25ma ora" dopo la pausa minore di "Lei mi odia". In primo luogo, c'è lo stile di regia: il senso dell'inquadratura (ciascuna è una lezione di cinema), l'alternanza del montaggio nervoso e serrato (ha a che vedere, però, con l'estetica videoclippara) con piani più lunghi e distesi; l'uso competente della musica. Poi, Spike gioca sapientemente con la tradizione del noir; non per fare cinofilia, bensì per situare il proprio film a una sorta di crocevia tra le configurazioni che il genere ha assunto attraverso i decenni (il dandismo di Washington somiglia molto a quello di Humphrey Bogart). E fin qui, si parla di padronanza della materia e di eleganza della messa in scena, che sono i fondamenti del cinema. In sovrappiù, Lee riesce a mettere dentro un film di genere fatto secondo le regole i temi d'attualità che - giustamente - lo ossessionano: i timori sulla metamorfosi dell'America seguita all'11 settembre; le relazioni interrazziali, sempre in primo piano nella sua filmografia; le collusioni tra onesto e disonesto, giusto e ingiusto. Ci aggiunge una dose di humour, tocco finale di un film che unisce piaceri del 'classicismo' e osservazione della realtà come, oggi, ben pochi altri sanno fare." (Roberto Nepoti, "la Repubblica", 7 aprile 2006) "Nel nuovo film di Spike Lee a è ciò che sembra e il film stesso non somiglia molto agli altri del suo autore. A prima vista infatti 'Inside Man', nuovo salto hollywoodiano del grande regista afroamericano, è un classico thriller, sottogenere rapina in banca. (...) Diciamo pure che Spike Lee gioca con gli spettatori più o meno come fa il rapinatore con la polizia. Perché alla fine gli ostaggi verranno rilasciati, ce lo dicono i continui flashforward che spezzano l'azione e aprono nuove piste. Anzi, come si vede negli interrogatori, forse non tutti erano semplici ostaggi, forse i rapinatori avevano dei basisti. Ma di che colpo parliamo se dal caveau non manca neanche un dollaro, e mentre i rapinatori sembrano volatilizzarsi l'anziano fondatore della banca incarica una misteriosa "mediatrice" dai mille agganci (Jodie Foster, sempre perfetta) di gestire trattative separate? A questo punto è chiaro che 'Inside Man' non è (solo) un thriller, che l'essenziale non sta nella suspense (relativa) né nei colpi di scena quasi fuori tempo massimo, ma nei mille dettagli di una regia così sapiente da rischiare il virtuosismo, nello sguardo caustico riservato alla New York post-11 settembre, nelle digressioni spesso assai godibili (l'ex-moglie albanese convocata come interprete...). In breve nel modo in cui Spike Lee, senza parere, insiste su due o tre temi chiave: il razzismo di oggi e di sempre (il sikh preso per un arabo solo perché porta il turbante), i peccati originali del capitalismo, l'intreccio di interessi che genera addirittura collusioni fra sogno americano e incubo nazista, e via arpeggiando su tasti sempre scottanti senza curarsi troppo né della verosimiglianza storica né della coerenza narrativa (vedi Plummer, troppo giovane per il suo personaggio). L'insieme seduce ma non conquista, anzi la convivenza fra temi forti (mimetizzati) e false piste è a tratti irritante. E anche se questo bandito mascherato che cancella il volto degli ostaggi (curiose e forse sintomatiche le convergenze con 'V for Vendetta'), strano incrocio fra un terrorista, un simulatore e un rapinatore, è un personaggio inquietante e molto attuale, a forza di digressioni e ghirigori stavolta il battagliero Spike (è appena uscita da Kowalski la sua fluviale e appassionante autobiografia) perde forza e resta a metà del guado." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 aprile 2006) "Altro che 'Basic Instinct'. Qui l'unico istinto straripante è quello di Spike Lee, che si conferma uno dei registi più carismatici attualmente attivi (non solo) a Hollywood e dintorni. Di rapine clamorose la storia del cinema ne ha allestite infatti a bizzeffe, ma 'Inside Man' riesce a diventare memorabile senza ricorrere a vezzi d'autore e, anzi, restando fedele ai canoni classici: segno inequivocabile, se ce ne fosse ancora bisogno, che non esistono gerarchie d'argomento o diktat di messaggio, ma solo imprese di talento oppure operazioni di marketing. (...) Niente è lasciato al caso: dalla sceneggiatura a orologeria dell'inedito Russell Gerwitz alla colonna sonora virata al jazz del mitico Terence Blanchard, dal filo narrativo a scatole cinesi (flash-back rievocativi e flash-forward d'azione) alle magistrali sfumature fotografiche di Matthew Libatique. Con in surplus il coerente approccio di Spike Lee, in grado di manipolare le stimmate del bene e del male in un'allegoria noir che confonde le caratteristiche e soprattutto le motivazioni dei cacciatori e dei cacciati. Allo spettatore, manicheo per definizione, spetta il compito d'inorridire al cospetto dei vizi sociali & finanziari americani, mentre il regista, senza rinunciare alle sue posizioni anti-sistema, bada al sodo: un ritmo nervoso e sincopato, attraversato da scariche di humour e cinismo in parti uguali, un blocco di recitazioni coinvolgenti e calibrate, volteggi di ripresa, tensioni, ultimatum e passi falsi sino al finale per una volta tutt'altro che scontato." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 8 aprile 2006) "Una delle migliori rapine in banca del decennio: Spike Lee fa centro, la sua cinepresa nervosissima fa miracoli. (...) Una gara di cinismo in un film originale, dal ritmo a vortice in cui l' autore angelo-diavolo custode, mescola le carte del Bene e del Male in una sghemba struttura di racconto-quiz, saldando vecchie multe e rancori. La magistrale sceneggiatura con humour del deb Russell Gerwitz commercia in strapotere mediatico e omaggia i classici 70: insabbiare è sempre il consiglio finale. Ma dice l'alta finanza: 'Se scorre il sangue è il momento di comprare'." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 8 aprile 2006)
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