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Copyright © Cinematografo 2007.
"E se la rivelazione della 64esima Mostra fosse la bionda, vistosa e tostissima Kierston Wareing che nel film 'In questo mondo libero...' interpreta un'avida sfruttatrice di immigrati? Grandi applausi ha ricevuto al Lido Ken Loach che, fedele alla sua missione di regista del sociale, esplora questa volta l'amara realtà dei nuovi "schiavi" generati dalla globalizzazione. Con un film dominato proprio dalla Wareing, attrice poco conosciuta ma molto efficace, nel ruolo scomodo della carogna: Angie, una ragazza madre arrabbiata e ambiziosa, che a Londra mette in piedi un business sul lavoro precario di russi, polacchi, sudamericani, indiani, insomma la manodopera a basso costo sempre più richiesta dall'Occidente." (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 2 settembre 2007) "Impetuoso, rigoroso, polemico, le sue storie ce le ha quasi sempre raccontate dalla parte degli oppressi, ora, con 'In questo mondo libero', continua a difendere gli oppressi ma analizza, con durezza, il punto di vista degli oppressori, una donna, per nulla fragile, che specula a Londra sulla tratta degli immigrati, meglio se clandestini, perché pagati poco e tenuti più a freno. Una donna analizzata anche nei suoi dubbi, sollecitati da un padre onesto e da una sosia cui ripugnano i suoi modi spietati, ma pronta a tirar dritto per la propria strada, incurante del male che fa, dei soprusi che commette, degli inganni cinici che ordisce. Un ritratto dal vivo che, come sempre in Loach, diventa anche il ritratto della società senza remore che l'attornia. Con ritmi affannati e tecniche decise. Un'opera maggiore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 2 settembre 2007) "Questa volta l'energia, la forza del film tendono a un altro tema, l'insicurezza, precarietà e flessibilità del lavoro, la sua modernizzazione a favore esclusivo dell'imprenditoria, le modalità lodate come massimo aggiornamento che hanno fatto perdere ai lavoratori autonomia, dignità, onore." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 2 settembre 2007) "Con 'It's a Free World', al contrario, l'inglese Ken Loach fa il verso a se stesso: l'odissea didue donne immigrate nell'illegalità, a cui le costringerebbe il governo 'borghese'appartiene in pratica alla routine polemico-sindacalista dell'autore de 'Il mio nome è Joe' e 'Lady Bird, Lady Bird'. Impegnato soltanto a scuotere l'opinione pubblica dei compatrioti, il regista ricicla uno stile documentaristico che vorrebbe ispirarsi al realismo socialista, ma finisce col riciclare gli instant-movies televisivi del probo Channel 4. Più che la lotta tra approfittatori e lavoratori senza copertura, il film dall'andamento rumoroso e svelto sembra mettere in scena il match infinito di Loach con i propri fantasmi post-caduta del muro." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 settembre 2007) "Loach e il suo sceneggiatore Paul Laverty costruiscono il film come un duro 'j'accuse' sulle condizioni di lavoro nella libera Inghilterra, ma non hanno paura di virare sul giallo, quando serve: e lo sanno fare, a differenza di tanti italiani che ora non abbiamo voglia di nominare. Ne esce un apologo sul capitalismo, un sistema nel quale nessuno può rimanere puro con i propri sogni; ma ne esce anche un signor film, che si segue con il fiato sospeso, facendo il tifo per Angie e arrabbiandosi con lei quando diventa una padroncina cinica e spietata." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 2 settembre 2007)
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Lavorare in proprio
Angie, accusata di aver tenuto una condotta inappropriata in pubblico, viene licenziata dall'agenzia di collocamento dove lavorava. Decisa a non arrendersi, si convince di poter gestire un'attività tutta sua insieme alla coinquilina Rose: tuttavia il progetto prenderà una brutta piega quando Angie affronterà la concorrenza, cadendo vittima di diversi attentati alla sua persona e non solo…
Una folle dimora per un folle mondo
Un film d'accusa che nasce dal realismo sociale, ponendo lo spettatore dalla parte del torto; Ken Loach vuole far luce su una società la cui vena imprenditoriale sovrasta gli stessi diritti umani, un intento che emerge chiaramente da queste parole: "Io non sono un servo, sono un uomo" – come afferma un emigrato in confidenza con la protagonista.
Vincitore dell'Osella per la Migliore Sceneggiatura all'ultimo Festival di Venezia, In questo mondo libero… colpisce per un copione di schietta incisività, conservando al contempo una freddezza quasi disumana. Angie, interpretata dall'affascinante Kierston Wareing (al suo esordio cinematografico), si presta al carattere duro e impulsivo costruito attorno alla figura dell'imprenditrice senza morale, mossa dal solo desiderio di guadagnare alle spalle dei poveri lavoratori: un'interpretazione convincente che pesa come un macigno sull'intera pellicola, fondamentale nel rendere plausibile ogni scelta narrativa adottata dallo sceneggiatore Paul Laverty. Loach, di suo, inserisce quei dettagli a lui cari perché il film risulti una fedele rappresentazione della realtà.
Remember...
La BiM aggiunge al suo prestigioso catalogo un altro prodotto di qualità, a conferma di quanto tenga al valore della settima arte. Diretto con semplicità eppure così ricco di emozioni, In questo mondo libero… è una giostra priva di perno, un divertimento pericoloso che induce lo spettatore a riflettere sulla società e sulle relative pedine che la muovono: bussando forsennatamente alle porte della coscienza del singolo individuo, lo intima di aprire gli occhi poiché violenza, condanna, sofferenza e alienazione sono un prodotto del nostro comportamento.
Un film di forte denuncia sociale, si, ma anche uno specchio su cui poterci riflettere.
Citazioni:
Aveva ragione Bob Dylan, i tempi stanno cambiando.
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