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"'Il velo dipinto' era un romanzo di William Somerset Maugham del 1925 finito una prima volta sullo schermo nel 1934, protagonista Greta Garbo. Ci torna adesso John Curran ('I giochi dei grandi') facendoselo riscrivere per il cinema da Ron Nyswaner, lo sceneggiatore di 'Philadelphia'. Lo schema, abbastanza fedele al romanzo sia pur sintetizzato e prosciugato, ci porta nella Cina dei venti dove approda una coppia inglese male assortita. (...) La parte migliore, anche dal punto di vista della rappresentazione, è quella della coppia a tu per tu con il colera, in una autentica cornice naturale cinese - laghi, montagne, villaggi - che tanto più affascina quanto più in mezzo son descritti orrori, morti, rovine. E si fa seguire anche la progressiva evoluzione della protagonista verso una redenzione che, alla fine, le porterà anche l'amore. Non si può dire lo stesso per gli interpreti che se ne fanno carico. Non solo Edward Norton, un marito quasi totalmente inespressivo, ma la stessa Naomi Watts, già vista con Curran ne 'I giochi dei grandi', che, a parte il ricordo folgorante di Greta Garbo in quella parte, ha poca luce, con colori sempre un po' smorti. Mentre il film, come il precedente, voleva che tenesse sempre la scena. Dominandola." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 22 febbraio 2007) "Affidandosi a interpreti di qualità il regista John Curran mette accanto all'eccellente Watts l'acre Edward Norton nella parte di Walter e Toby Jones (il Capote di 'Infamous') in un colorito ruolo di fianco. C'è un tentativo di andare oltre Maugham trascurandone gli aspetti patetici e misticheggianti, evocando le problematiche relative alla presenza occidentale in Asia. Un mèlo girato con eleganza e un impegno magari degno di miglior causa." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 23 febbraio 2007) "'Il Velo Dipinto' di Curran, remake del film con Greta Garbo del 1934 è un dramma sentimentale che declina l'amore vero, quello che prende forza dal tempo invece di perderla. Pur fra alti e bassi e con qualche passaggio lento di troppo, il film coinvolge, trascina in un immaginifico viaggio nella Cina anni Venti e scompagina beffardamente certezze e previsioni. Proprio come la vita." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 23 febbraio 2007) "'Quando mai una donna ama un uomo per le sue qualità?'. In quest'interrogativo retorico c'è la prima verità del 'Velo dipinto' di Somerset Maugham (Adelphi). Esso ha il suo peso nella sua terza versione cinematografica - sceneggiata da Ron Nyswaner ('Philadelphia') per la regia di John Curran -, che giunge su iniziativa di Edward Norton, produttore e interprete del film. Se quell'osservazione sintetizza tante reali infelicità, il film ricostruisce anche l'esotismo di un'epoca (la Cina 1925-1927) con grande garbo e piccola spesa. C'è un ritorno di buon gusto nel riscoprire Maugham (un anno fa usciva 'La diva Julia') e il suo disincanto, per decenni fonte d'ispirazione di molti registi: sono venticinque i film tratti, prima di questo, dai suoi romanzi. (...) 'Il velo dipinto' spiegherà agli italiani che lo scisma anglicano è stato, fra quelli protestanti, il meno massimalista. Lo si nota dalla relativa propensione all'indulgenza di Maugham - nato a Parigi, del resto - per chi non consideri l'adulterio il peggiore dei mali. (...) Il destino prevarrà, ma solo dopo aver fatto riflettere senza annoiare." (Maurizio Cabona, 'Il giornale', 23 febbraio 2007) "Non è vero che oggi in dvd si trova tutto, ci sono film irreperibili. Uno di questi è 'Il velo dipinto' (1934) con Greta Garbo, che smaniavo di mettere a confronto con l'attuale versione firmata John Curran. (...) L' accostamento fra le due versioni di 'Il velo dipinto' (ce ne sarebbe una terza del ' 58, 'Il settimo peccato', con Eleanor Parker) costituisce un' interessante occasione di toccare con mano le differenze fra cinema antico e moderno. Eliminati i melensi riferimenti alla spiritualità del Tao, che costituirono l'attrattiva dei romanzi di Maugham per i lettori del suo tempo, la sceneggiatura di Ron Nyswaner ricompone il racconto in maniera originale e intanto ne allarga la visuale storico-politica. Ma non è del tutto netto il giudizio sulla presenza occidentale nel Terzo mondo: imperialismo o 'fardello dell'uomo bianco'? Il raccontino diventa un'immersione totale nella realtà geopolitica di un cinema che ormai va a cercare gli sfondi e i tipi veri o similveri in uno sforzo rispettabile ma efficace fino a un certo punto. La Watts e Norton prendono il tutto con coscienza e serietà; e se la cavano onorevolmente accollandosi l'antipatia che emana dai rispettivi personaggi." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 23 febbraio 2007) "Uno di quei film di cui non si sente la mancanza, anche se è risaputo che esistono molti fedeli al cinema così: letterario, scenografico, di bei costumi e suggestive ambientazioni. (...) Una vera bufala. I due manichini sono Naomi Watts e Edward Norton. E nessun luogo comune ci viene risparmiato, a partire dalla figura dell'inglese che ha messo radici coloniali e si è spogliato delle convenzioni di provenienza." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 2 marzo 2007)
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